Travestimenti, sfilate, battaglie di arance, coriandoli e stelle filanti stanno già per salutarci… Il Carnevale e il piacere di sentirsi per un po’ pirata, principessa, pokemon o fatina fra poco sarà ormai un ricordo fino all’anno prossimo… ma il ricordo resistirà per un po’… come l’eco turbolento delle sfilate…
Siamo tra Carnevale e Quaresima…le due facce che infondo caratterizzano da sempre la nostra esistenza…
Il bisogno di un temporaneo scioglimento degli obblighi sociali ci porta allo scherzo e ben venga il divertimento… tanto c’è sempre tempo per la Quaresima !!!
Però c’è un proverbio che dice:
“Tutti i cibi in Quaresima fan male, a chi abusò di tutti in carnevale”.
Il lungo periodo della dittatura, che vietava lo svolgersi di manifestazioni mascherate, ha fatto perdere in Spagna il ricordo di maschere tradizionali del nostro Carnevale, se c’erano, ma rimane ancora qualche curiosa maschera a rappresentare ormai il folklore e tradizioni di altri tempi in qualche carnevale che si celebra ancora qua e là a testimonianza di diversi carnevali rurali…. Ecco qualcuna di quelle più note…
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A Nordovest della Spagna, a Laza, si svolge uno dei 10 carnevali più antichi del mondo… Protagonisti sono i “peliqueiros”, “la morena” ed il “testamenteiro”. I “peliqueiros”, che sfilano la domenica di carnevale, indossano vestiti eleganti e vistosi, una maschera che copre loro il viso, un copricapo molto bello e sgargiante, campanaccie simboleggiano il potere. Non devono parlare e camminano a piccoli salti mentre ballano costantemente. Non li si deve toccare o si rischia una scudisciata anche se li si può insultare per tutto il percorso. Al lunedì mattina si svolge una vera battaglia fra i vicini del paese con stracci unti di fango. Nel pomeriggio scende “la morena” da un quartiere alto della città. E’ un testa di mucca guidata da uomini che si nascondono sotto un cencio. Si chiude il carnevale con la lettura del testamento dell’asino dove si criticano tutti gli eventi più importanti dell’anno.
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Nella zona di Navarra ce ne sono diverse, assai antiche…
El “zanpantzar”, formato da gruppi di vicini, vestiti con sottovesti con pizzi, pelli di pecore, fazzoletti colorati al collo, strani cappelli a forma di cono con nastri, “hisopos” di coda di cavallo e dei grandi campanacci legati alla schiena che suonano al loro camminare ritmato,che nell’ultima settimana di gennaio partono al lunedì da Ituren per raccogliere un analogo gruppo di una località vicina, Zubieta, e assieme percorrono il primo paese per poi l’indomani invertire il percorso e percorrere entrambi il secondo.
Nel piccolo paese di Lanzt il «ziripot» in un costume di tela di sacco ripieno di paglia che lo rende assai tondeggiante ha il suo bel da fare a rimaner in piedi e non soccombere ai continui tentativi dello «zaldiko» (travestito da cavallo) di farlo cadere a terra. Ma anche lui stesso è minacciato dagli «arozak» (maniscalchi) e i «txatxos» che travestiti con vestiti variopinti lo perseguitano. Anche Miel Otxin, un bambolotto con le braccia in croce che rappresenta un bandito tenta di fugire ma viene catturato, giudicato, condannato e finisce al rogo alla sera del martedì di carnevale mentre attorno tutti gli altri personaggi ballano.
Ad Alsasua invece sfilano “momotxorros” (con il capo ornato di grandi corna, grembiuli macchiati di rosso e tridenti con cui minacciano chiunque), le “sorgiñak” (streghe) e il “akerra” (l’ariete).
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In Aragon, a Bielsa, sono le “Trangas” i protagonisti maschili del carnevale. Vestiti con pelli di animali, camicie a quadri, larghe gonne, grandi corna sulla testa, campanacci appesi e la faccia nera rappresentano la forza maschile colpendo per terra senza sosta con un lungo bastone. Annunciano l’inizio della primavera e scacciano i cattivi spiriti. Le “madamas” sono le figure femminili. Vestite di bianco e con nastri colorati rappresentano la purezza e sono sempre giovani. Il loro vestito è cucito direttamente sul corpo e dovrà essere strappato per liberarsene. Trangas e madamas presi a braccetto percorrono il paese prima d’iniziare il ballo in piazza. Altri personaggi sono gli orsi e domatori, il “amontato” che raffigura una figura femminile con un uomo caricato alle sue spalle che rappresenta il “machismo” che regna nella zona,il “caballè” (metà uomo metà cavallo) e l’edera col costume ricoperto di foglie. La festa finisce con il Cornelio, un pupazzo che rimarrà appeso 3 giorni nella facciata del municipio, ed essendo considerato la causa di tutti i mali verrà giudicato e finirà in un falò.
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In Llamas de la Ribera (Leòn) i “guirrios” , giovani vestiti di bianco con campanacci di diverse misure appesi alla cintura e con otri nelle mani portano una spettacolare e colorata maschera che copre loro il capo ed è a forma di 3 ventagli.
Le maschere originali erano in pelle con un solo ventaglio. Per dargli colore successivamente si mettevano attorno alle maschere piume di galli e galline. Attualmente le piume e la pelle sono state sostituite con cartone e fiori e si sono aggiunti 3 ventagli, 2 laterali ed un altro dietro più grande degli altri.
Assieme a loro le “madamas” con cui balleranno in piazza.
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Nella provincia di Guadalajara ha ripreso vita nel 1985 il Carnevale di Almiruete scomparso per più di una ventina di anni. Protagoniste sono i “Botargas” e le “mascaritas”. I “botargas” vestiti di bianco, con curiosi capelli variopinti, campanacci e la faccia nascosta sotto maschere diverse e molto curiose dopo il suono del corno si vestono, traversano i campi ed arrivano in paese con un gran rumore dei loro campanacci. Dopo 3 giri nella piazza partono alla ricerca delle mascherine nascoste in una casa e con loro a coppie ritornano per lanciare coriandoli sui visitatori e togliersi finalmente le maschere che non indosseranno più. I “botargas” abbandonano il loro cappello colorato per indossare uno nero ed incominciano ad offrire vino ai presenti, che potrebbero, in un momento di distrazione rubarglielo fino a che i “bottargas” riusciranno ad acciufare il ladro e… sarà lui ora chi dovrà pagare da bere a tutti quelli che hanno partecipato a catturarlo… “Bottargas” e “mascaritas” finiscono la giornata con una cena con il cibo ricevuto in una specie di questua gastronomica casa a casa.
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Ha radici antichissime il carnevale di Herencia (Ciudad Real) che nemmeno nel periodo della proibizione venne sospeso… Si cambiò nome e così divenne la festa delle Anime.
Protagonista assoluto è “Perlé” .Vestito con una specie di pigiama a righe bianche ed azzurre e con la testa coperta di una cuffietta degli stessi colori che rappresenta in modo istrionico l’ordine stabilito. Apre le sfilate minacciando i ragazzini con uno scudiscio.
Beh…non ci crederete.. ma fino a qualche giorno fa non mi ero mai chiesta qualefosse l’origine dei Coriandoli.
Sarà perchè da sempre collego il Carnevale ai coriandoli che si lanciano durante le sfilate delle Maschere o dei Carri Allegorici o alle feste, che non ho mai pensato che magari, un tempo, i coriandoli non si usassero o che almeno non fossero così come sono ora.
Durante le sfilate dei Carri Allegorici si usa per esempio lanciare anche caramelle e cioccolatini…ma senza i coriandoli che Carnevale sarebbe?
Allora oggi ho girovagato un pò sul Web ed ecco che ho trovato…
La storia dei coriandoli.
Durante le sfilate di carrozze, tipiche di molte città, venivano gettati sulla folla mascherata granoturco ed arance, fiori, gusci d’uovo ripieni di essenze profumate, monete..
A partire dal XVI secolo, con i frutti del coriandolo, rivestiti di zucchero, si iniziarono a produrre dei confettini profumati, fatti apposta per essere lanciati dall’ alto dei carri mascherati o da balconi e finestre.
Questa usanza, piuttosto costosa, cadde in disuso. I confetti bianchi vennero gradualmente sostituiti da piccole pallottole, di identico aspetto, ma fatte di gesso.
Pare che a Milano, nel XIX secolo, si cominciò a tirare qualcosa di diverso: minuscoli dischetti di carta bianca che al minimo refolo di vento si sollevavano in aria, come se una nevicata ricoprisse i carri che sfilavano.
Narra la leggenda che la geniale trovata fosse dell’ingegner Enrico Mangili, che aveva pensato di usare i dischetti di scarto dei fogli bucherellati che si usavano come lettiere per i bachi da seta. Presto la folla li cominciò a chiamare con il nome con cui ancora oggi li conosciamo: coriandoli.
I coriandoli cominciarono ad essere prodotti a livello industriale e non più come materiale di scarto, utilizzando anche carta colorata.
Da : www.storiadiunlustro.blogspot.com
Ho poi anche letto che lo stesso Mangili, non pago, prendendo ispirazione dai nastri di carta su cui arrivavano i messaggi del telegrafo, inventò anche le stelle filanti.
Ad onor del vero, c’è un’altra versione che attribuisce l’invenzione dei coriandoli di carta adEttore Fenderi di Vittorio Veneto che…
” da ragazzino, nel lontano 1876, quando il carnevale impazzava per le vie cittadine e lungo il Corso si svolgeva la sfilata dei carri e delle maschere e dalle finestre delle case era consuetudine gettare sul corteo confetti e petali di rose, lui, privo di denaro e quindi nell’impossibilità di acquistare confetti o altro, ebbe la bella idea di tagliuzzare belle carte colorate e di gettare i… “coriandoli” sulle teste delle mascherine sottostanti. Fu una trovata travolgente imitata subito da tanti presenti…”
Il BURLAMACCO è il ‘logo’ del Carnevale di Viareggio ma è generalmente considerata l’ultima maschera italiana.
Fu dipinto sul manifesto del Carnevale 1931, da Uberto Bonetti che ne fu anche l’ideatore del nome.
E’ un pagliaccio con un insieme d’indumenti propri delle maschere italiane della Commedia dell’Arte: una tuta a scacchi biancorossi suggerita dal vestito a pezzi di Arlecchino, un ponpon da cipria rubato dal camicione di Pierrot, una gorgiera bianca e ampia alla Capitan Spaventa, un copricapo rosso a imitazione di quello in testa a Rugantino, un mantello nero svolazzante, tipico di Balanzone.
Il nome Burlamacco fu suggerito a Bonetti da Buffalmacco, pittore fiorentino e personaggio del Decamerone. Bonetti sostituì la radice “buffa” con “burla”; ma l’idea gli dovette arrivare anche dal cognome lucchese Burlamacchi, già utilizzato per il canale del porto, il Burlamacca.
Fonte: Web
PIERROT
La maschera di Pierrot nasce in Italia verso la fine del Cinquecento.
Il nome di Pierrot è un francesismo che deriva dal personaggio italiano della Commedia dell’Arte Pedrolino, uno dei primi Zanni, interpretato, nella celebre Compagnia dei Gelosi, da Giovanni Pellesini, alla fine del ‘500.
Zanni dei Gelosi
Il nome di Zanni, come Zuan, è una versione veneta del nome Gianni, un nome molto diffuso nel contado veneto-lombardo da dove venivano la maggiorparte dei servitori dei nobili e dei ricchi mercanti veneziani.
Lo Zanni è un personaggio fra i più antichi della Commedia dell’Arte, ma ben presto lasciò strada a servitori che divennero più importanti con nomi propri che li distinguessero tra loro nel corso della storia della commedia dell’arte quindi nacquero i primi zanni (servi astuti) come per esempio Brighella; i secondi zanni (quelli sciocchi) molto più famosi a causa della bravura degli attori che li rappresentavano e l’impatto che avevano sul pubblico fra questi vanno citati Arlecchino, Pulcinella. Prima di sdoppiarsi nelle due tipologie di servo furbo e sciocco, Zanni era un personaggio a sè stante e che viveva di vita propria. (Da:/it.wikipedia.org/wiki/Zanni)
Ma torniamo alla nostra maschera: la pigrizia gli impedisce di muoversi come gli altri personaggi della Commedia, è sicuramente il più intelligente dei servi, svelto nel linguaggio, critica gli errori dei padroni e spesso finge di non capire i loro ordini, anzi li esegue al contrario, non per stupidità, ma perché li ritiene sbagliati. E’ furbo ma sentimentale, l’unico personaggio che, a un piatto di minestra, preferisce una romantica serenata eseguita sulla mandola, sotto le finestre della sua bella. Forse anche per questa ragione è pallido e languido e, spesso, una lacrima gli scende sul viso.
Il personaggio fu portato in Francia, dove entrò a far parte dei repertori delle Compagnie francesi con il nome di Pierrot, grazie all’apporto di Giuseppe Geratoni che per primo lo introdusse nel 1673; ma il primo grande Pierrot fu ancora un italiano, Fabio Antonio Sticotti (1676-1741).
Gli Sticotti reinventarono e diedero nuova vita a questo personaggio adattandolo al gusto dei francesi e poi del pubblico delle corti europee, infatti, nella versione francese, Pierrot perse le caratteristiche di astuzia e doppiezza, proprie dello Zanni, per diventare il mimo triste innamorato della luna, quello che compare con il nome di Gilles nel celebre quadro di Antoine Watteau.
Il mimo Jean-Gaspard Debureau (1796-1846), rappresentò il Pierrot ottocentesco dal 1826 al Théâtre des Funanbules. La vita di Debureau ispirò al regista cinematografico francese Marcel Carné il personaggio di Gaspard del film ‘Les enfants du Paradise’. Debureau definì le caratteristiche che in seguito ne definirono l’iconografia: un ampio abito bianco con bottoni neri e un piccolo cappello nero sul viso dipinto di bianco.
Da: www.nonsolocittanova.it
Les Enfants du Paradis (Chapter 4 “Witness)
E così, eccoci arrivati alla fine di questa veloce carrellata delle nostre maschere che hanno sempre divertito e spero continueranno ancora a farlo con la loro semplicità e bonaria ironia.
Ho voluto concludere con Pierrot perchè è la maschera che, dopo Arlecchino la mia preferita da bambina, è quella che mi ha sempre affascinato di più…così eternamente sognante e malinconico.