Attenti al lupo! Ops…volevo dire VIRUS!!!🦠

Questo virus ci ha insegnato, forse, quanto la scienza sia importante ma anche quanta diffidenza ci sia verso di essa. Io penso che, se vogliamo aiutare la scienza ad aiutarci, il modo migliore sia imparare a conoscerla sempre meglio.

Eccomi tornata nel mio angolo Zen. 🧘 E devo dire che mi ci voleva perché dopo questa terribile onda anomala che si è abbattuta su tutti noi fragili abitanti di questo ancor più fragile mondo, un angolo meditativo mi è sembrato il posto migliore per fare un po’ mente locale prima di abituarmi a questa nuova normalità.

Siamo passati attraverso la fase 1, il lockdown, tutti dentro e tutto sommato, dopo il primo smarrimento, ci siamo adeguati alle nuove regole e ci siamo sentiti abbastanza sicuri e speranzosi.

Poi è arrivata la fase 2, un po’ dentro e un po’ fuori😳 ed ecco le prime insicurezze. Stare distanziati, mascherine si o mascherine no? 😷🤔

Ora siamo alla fase 3, tutti fuori🤭 con mascherine😷 e a distanza perché il virus subdolamente circola in mezzo a noi pronto a ripartire se noi, tutti noi, non adottiamo un comportamento responsabile.

ho buone gambe… 😦

Ma essere responsabili non vuol dire essere pessimisti, anzi. Sarà la nostra positività a farci riprendere prima e meglio e vedere il futuro anche con un po’ di ironia.😁

E per tornare al mio angolino meditativo, ecco una storiella Zen:

La pietra miracolosa – Storiella Zen

rubino

Un giorno un uomo venne a conoscenza dell’esistenza di una pietra dal potere miracoloso: una pietra color ocra che era in grado di trasformare qualunque metallo in oro! Visto che la notizia veniva da fonte attendibile, decise di mettersi in viaggio.

Si cinse di una catena di ferro e si incamminò. Ogni volta che vedeva una pietra color ocra, la raccoglieva e la batteva sulla catena che gli cingeva la vita, ma non accadeva nulla. Il ferro rimaneva ferro.

Di certo non sarebbe stata una ricerca facile, ma non disperava. Passarono i giorni, poi le settimane, i mesi e così via. Dopo alcuni anni, era ancora alla ricerca della pietra miracolosa, raccoglieva, batteva e buttava via.

Mentre percorreva una strada della periferia di un paese, un ragazzo lo salutò cordialmente e gli chiese dove avesse acquistato quella bella catena d’oro che portava alla cintura. L’uomo confuso abbassò gli occhi sulla catena di ferro che portava in vita e … si, la catena di ferro era diventata d’oro! Ma lui non si era accorto di quale tra i tanti sassi
che aveva provato era stato quello che aveva prodotto l’alchimia!

Ho ripreso a praticare Taichi 👍😊
Al tempo del Covid 19 🦠😷

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Cara Luna, ti ringrazio di cuore per i tuoi bellissimi auguri. Sono riusciti, mentre sorridevo guardandoli, a farmi scordare che un altro anno pessera sulle mie spalle 😮

Così persino il ringraziamento che avevo appena preparato mi sembrava poco adatto… la signora, non giovanissima, che goffamente ballava ringraziando contenta era si gioiosa, ma il peso dell’età si sentiva cosi come quello del momento che viviamo, mentre io, conquistata dal “musetto” della tua entusiasta protagonista, mi sentivo per un momento “giovane” 😮 e con gran forza per afrontare il “domani”

E cosi, in un attimo, buttata la cartolina appena fatta, mi ci sono “camuffata” da lei. Ovviamente, data la mia eta, l’energica “danza” nonostante i miei enormi sforzi non e cosi armoniosa, ne vigorosa, ma non importa, cio che conta e la sferzata di gioia ed energia che mi ha trasmeso…

Perche, in questi tempi cosi problematici, posso dire con gioia che un traguardo l’ho raggiunto, sono arrivata indenne ad un altro compleanno!! 😆 e per questo ringrazio e sono felice sperando sia il primo traguardo raggiunto di tanti altri… 🙂

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Carissima Sol, questa pandemia ha cambiato tante cose anche del nostro quotidiano e chissà quante ne cambierà ancora. 😳 Ma ad ogni evento, anche catastrofico, c’è sempre un “dopo”, un cambiamento che magari ci darà nuove opportunità perché il virus non potrà mai fermare il tempo. Ricorda quindi: “non contare i giorni, fa sì che siano i giorni a contare. 😊

Anche con la mascherina…😁

Come ogni anno, da 20 anni, il 23 maggio è il giorno dedicato alle tartarughe.

Ecco alcune curiosità (più o meno note) 🙂 :

Le tartarughe sono sulla terra da più di 200 milioni di anni, nel tardo Triassico dell’era mesozoica.

Tuttavia, i ritrovamenti di resti fossili di un rettile sudafricano – l’Eunotosaurus africanus , con la sua gabbia toracica semirigida, ha dimostrato che l’evoluzione del guscio della tartaruga è iniziato addirittura prima.

La tartaruga gigante può vivere fino a 200 anni. Lo scorso anno una tartaruga gigante, un esemplare di Chelonoidis phantasticus, Ã¨ ricomparsa dopo più di un secolo nelle Galapagos, facendo così ritenere che la specie non sia estinta anche se in numero molto ridotto. 

Il carapace della tartaruga sembra una corazza unica, compatta, fatta in un unico blocco: si tratta invece di una struttura anatomica assai complessa, che col passare degli anni si è trasformata ed evoluta, per arrivare a quello che è oggi. Il guscio è infatti costituito da circa 50 ossa, comprese costole e vertebre. 

Ogni scaglia che compone la parte superiore del guscio si chiama scuto, e attraverso l’osservazione di questa superficie è possibile studiare le fasi di crescita della tartaruga.

Il detto “essere lento come una tartaruga” non corrisponde proprio alla realtà. La tartaruga infatti non è l’animale più lento al mondo, la battono la lumaca e il bradipo. Le tartarughe di terra possono camminare a una velocità che può raggiungere i 100 metri all’ora.

E, riguardo a questa ultima curiosità, posso affermare infatti di essere sempre abbastanza sorpresa nel vedere con quale velocità Ruga, la mia tartaruga, si muove in giardino soprattutto quando è l’ora del pranzo. 😀

Aggiungi un posto a tavola…

Nascondino

Oggi sembra essere tornata di moda la frase “tana libera tutti” che, in questa versione moderna, ci fa pensare soltanto ad una libertà perduta.

A me ricorda invece uno dei periodi più belli della mia infanzia quando l’essere liberi per noi bambini significava solamente vivere.

Sono nata in un piccolo paese dove allora si trascorreva la vita quasi sempre all’aperto e non solo in estate quando la scuola era chiusa.

All’aperto si potevano fare tantissimi giochi ma “nascondino” era il mio preferito. 😀

Jan Verhas – À cache-cache

Questo gioco ha origini lontanissime e addirittura  Polluce, intorno al II secolo narra di un gioco all’aperto della Magna Grecia chiamato apodidraskinda, dal greco dialettale apodrason-skaso-kripdo = fuggire scappare nascondersi.

Il gioco attuale, è comunque un’eredità del XVII secolo, quando lo si giocava tra i nobili come una delle poche forme di socializzazione e di corteggiamento tra giovani aristocratici, diffuso inizialmente in Italia, Francia e Spagna, quindi in tutta Europa.

Le regole sono abbastanza semplici (le metto solo per quei “pochi” 😀 che non ci hanno mai giocato da bambini e non sapranno mai cosa si sono persi) 😦 : il luogo di partenza del gioco è detto “tana” ( noi, all’aperto, usavamo il tronco di un albero)

ricordo ancora i segni della corteccia sulla fronte quando si contava e sulla mano quando si faceva “tana” 🙂

Dalla “tana” prestabilita, un giocatore scelto con una rituale “conta”, senza vedere (chiudendo gli occhi, preferibilmente con le palme delle mani e/o tenendo il viso contro un muro, ), conta fino ad arrivare ad un numero deciso precedentemente, in modo da dare tempo agli altri giocatori di allontanarsi e trovare un nascondiglio. Finito di contare, chi ha contato apre gli occhi gridando “Via!” o l’ultimo numero e comincia a cercare gli altri giocatori. Colui che ha contato, ogni volta che trova un giocatore nascosto deve correre fino alla “tana” e toccarla esclamando ad alta voce “tana per” (o “trovato”) e il nome di chi ha trovato, precisando bene il luogo (es. dietro l’albero, dietro il divano, sotto il tavolo…); in questo modo “elimina” quel giocatore, che rimarrà “prigioniero” alla “tana”. Il cercatore di turno continua la sua ricerca degli altri concorrenti nascosti; se però un giocatore raggiunge la tana prima di essere visto e quindi trovato da chi ha contato, la tocca, dichiara ad alta voce “tana” (o “salvi me”) ed è “libero”. Il giocatore cercatore di turno dovrà quindi cercare gli avversari ma anche stare attento a presidiare la “tana”, cercando di non allontanarsi troppo da essa, per evitare che qualcuno ”faccia tana”. Se l’ultimo giocatore nascosto riesce a raggiungere e a toccare la “tana”, potrà esclamare “tana libera-tutti”! o semplicemente “liberi tutti” (o “salvi tutti”), liberando così tutti i giocatori già catturati, e il giocatore che era alla ricerca in quel turno di gioco sarà obbligato ad accecarsi di nuovo, a contare e a cercare anche nel turno successivo.

Ricordo ancora quella sensazione di batticuore quando da dietro il tuo nascondiglio vedevi arrivare verso di te il compagno che ti stava cercando e temevi di essere scoperto e che ti facesse “tana”.

E poi l’adrenalina che ti faceva scattare, uscire dal nascondiglio e correre a più non posso a far tana prima di essere visto dal cercatore e poi, se eri l’ultimo a non essere ancora stato scoperto, la felicità e anche l’orgoglio di poter gridare: ” tana libera per tutti” e liberare così tutti i giocatori precedentemente catturati. 🙂

Si, questo era un gioco ed ora che purtroppo la realtà supera qualsiasi fantasia (e siamo anche diventati “grandi”) dobbiamo essere consapevoli che ognuno di noi è responsabile e dovrà fare la propria parte per essere liberi da questo virus e non potrà esserci nessuno a gridare: Tana libera per tutti.

consapevoli di essere singoli fiocchi di neve…responsabili

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da Luna e Sol

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Siamo ormai nella fase 2 e mi sembra di essere in una specie di “ terra di mezzo”. 🙄 Da una parte ci sono gli “ alieni” 😳 quelle presenze silenziose e senza volto😷 che ti passano accanto. Se però le incroci e le guardi negli occhi puoi vederci anche un sorriso e questo ti rassicura.

Dall’altra parte c’è la natura con il suo splendore di sempre, la sua resilienza che se ne infischia del virus e ci regala la bellezza superba e quasi sfrontata delle rose rosse.

Venite in giardino, vorrei che le mie rose vi vedessero.
(Richard Brinsley Sheridan)

O quella meno appariscente delle rose bianche.

A single rose can be my garden; a single friend, my world.
Una sola rosa può essere nel mio giardino. Un solo amico, il mio mondo.
(Leo Buscaglia)

Ci sono poi i fiori di campo più timidi si ma i più resilienti.

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È bello sentire che la vita riprende (e lo si capisce dal rumore che sento in strada proprio ora mentre sto scrivendo) ma il “silenzio” di questi mesi passati devo dire che un po’ mi manca ecco perché voglio pensare che se gli “ stolti”, che per altro Dante ha messo in tutti i “gironi infernali”, non riescono a rispettare le regole imposte per frenare il virus in questa fase, lo fanno perché non sanno“ ben dosare la ritrovata libertà”.

Dove sei
Libertà
Ubriaca di parate e di bandiere….
Chi dirà…
Che il silenzio in fondo è libertà…
Chi dirà…
Che di troppa libertà si muore…
Qui in città
Tutto va…
…Tutto va, se non si arrestano i motori. Mentre poi,
Libertà, non si respira mai!
Chi lo sa
Quanto costa fare andare il cuore…

Renato Zero da: “ Che bella libertà “

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da Luna e Sol….

… qualche nuova cartolina di auguri

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Trovate queste e tante altre cards per la Festa della Mamma cliccando qua e qua

Siamo in lockdown “stretto”…ancora per pochi giorni e allora penso che: anche se è vero che non è sempre stato facile non avere la libertà di uscire o non poter vivere la nostra vita come una volta….. (sembra un secolo ma sono passati solo due mesi )… tornare “fuori” sarà poi così facile?

Io faccio parte di quella fascia a rischio per età 😦 e naturalmente la vedo più dura perché ora mi sembra di vivere in una bolla protetta e per fortuna abbastanza lontana da questo virus ma quando e se lo dovessi incontrare vis a vis (si fa per dire…..)

distanti e anche i guanti…ovvio!

avrò la forza di dire: non mi fai paura perché io, anche se “fragile” vorrei ancora avere la possibilità di fare tante cose e, perché no, realizzare ancora qualche sogno?

Naturalmente è forse un nostro dovere (da anziani) incoraggiare a riprendere a vivere anche in una nuova realtà e tutto con molta oculatezza finché si dovrà convivere col virus. Ma l’isolamento finirà e siamo consapevoli che il mondo là fuori ci aspetta…sarà diverso? Forse si o forse no! Ma sarà sempre il nostro meraviglioso vecchio mondo. 🙂

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e torneremo a volare…

Per me Luis Sepulveda è legato in modo indissolubile al suo libro “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”.

Ho letto questo libro prima che ne uscisse il film di animazione e, pur non conoscendo lo scrittore, me lo ha fatto subito amare perché lui era “un combattente che scriveva favole”.

E poi, ora come non mai, abbiamo bisogno di ricordarci di non aver paura di chi è diverso da noi. Come quando, ad esempio, il gatto dice alla gabbianella: “È molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo”.

E ancora, come dimenticarci della risposta del gatto Zorba dopo che la gabbianella, per la prima volta, è riuscita a volare :“- Bene, gatto. Ci siamo riusciti – disse sospirando – Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante – miagolò Zorba – Ah sì? E cosa ha capito? – chiese l’umano – Che vola solo chi osa farlo” – Un inno a sconfiggere le proprie paure che è contenuto nella meravigliosa favola che Luis Sepulveda ci ha regalato.

La poetica storia venne poi adattata in un film d’animazione di grande successo. La Gabbianella e il Gatto fu un vero momento di risveglio per i cartoni ideati per il cinema nel nostro paese. Prodotto da Cecchi Gori nel 1998, diretto da Enzo D’Alò.

Nel film si sente anche lo stesso Sepulveda, che dà voce all’autore, al narratore.

da Luna e Sol

Anche se quest’anno purtroppo è un po’ diversa…

vi auguriamo comunque..

E forse ancora di più

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Una storia affascinante sul coniglio di Pasqua riguarda una divinità sassone associata alla Primavera di nome Eostre – o Ostara, da cui la parola per Pasqua in tedesco, Ostern, e in inglese, Easter.
La leggenda racconta che, un pomeriggio di primavera, la dea Eostre, per far divertire i bambini da cui era circondata, trasformò in coniglio l’uccellino che aveva appoggiato sul suo braccio.
I bambini furono molto felici per questa trasformazione, non l’uccellino, che al contrario ne era rattristato. I piccoli, allora, chiesero alla dea di ritrasformare il coniglio in volatile. Nel frattempo era però giunto l’inverno e la dea, esausta, non aveva più le capacità per annullare l’incantesimo. Ritornata la primavera, la dea Eostre riacquistò le proprie forze e ridiede all’uccellino la forma originale. Per la gioia il piccolo pennuto, depose delle uova colorate che regalò ai bambini e alla dea.
da: bresciaatavola.it

Le uova sono troppo dolci? Che le devo dire? Saranno uova di Pasqua.
(Totò)

La Pasqua di questo 2020 sarà un po’ diversa a causa del coronavirus che ci obbliga a restare a casa per il bene di noi tutti ma la nostra fantasia è libera di uscire 🙂 e di cercare anche nelle favole un modo per superare questo tremendo periodo.

Le uova fiorite

C’era una volta un coniglietto che voleva regalare a due bambini suoi amici tante uova di Pasqua. Per far loro una sorpresa, cercava un posto dove nascondere le uova. All’alba si avvicinò alla casa dei bambini col suo sacchetto rigonfio. Il prato Iì davanti era tutto coperto di fiori di croco, bianchi, gialli e azzurri, che somigliavano a tante uova colorate. Il coniglietto nascose le uova tra i fiori e se ne tornò a casa. AI sorgere del sole avvenne un fatto straordinario: i fiori del prato diventarono uova di Pasqua. Una colomba se ne accorse e andò in giro a spargere la notizia. Presto il prato fu pieno di bambini, mentre le uova di cioccolato continuavano a fiorire. Ancora oggi i vecchi del paese raccontano che quella sia stata la Pasqua più dolce di tutte.

da: rosalbacorallo.it

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Per una Pasqua blindata fuori, ma non nei nostri cuori… ecco le nostre nuove cards 🙂

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 Trovate queste ed altre tante cartoline cliccando sui links di seguito: Gallery Pasqua Cards 1 e Gallery Pasqua Cards 2

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da Luna e Sol

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Anche se gli è stato detto che forse in acqua non ci sono rischi, il nostro pesciolino  ha voluto condividere la nostra “sorte” e mantiene  la distanza di sicurezza e indossa la mascherina… che sia un augurio perché per noi finisca presto?  😆

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Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti.
( Gilbert Keith Chesterton)

Dal libro: LE NOTTI BIANCHE

“Un giorno tu ti sveglierai e vedrai una bella giornata. Ci sarà il sole, e tutto sarà nuovo, cambiato, limpido. Quello che prima ti sembrava impossibile diventerà semplice, normale. Non ci credi? Io sono sicuro. E presto. Anche domani.”

FËDOR MICHAJLOVIČ DOSTOEVSKIJ

La primavera

L’inverno aveva rinfrescato anche
il colore delle rocce. Dai monti scendevano,
vene d’argento, mille rivoletti silenziosi,
scintillanti tra il verde vivido dell’erba.
Il torrente sussultava in fondo alla valle tra
i peschi e i mandorli fioriti. E tutto era puro,
giovane, fresco, sotto la luce argentea del cielo.

Grazia Deledda

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#iorestoacasa ma mi riempio di…primavera !!! 🙂

Winter always turns to spring. L’inverno si trasforma sempre in primavera. (Buddha)

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da Luna e Sol

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Anche se si potrebbe pensare che siamo in uno speciale secondo carnevale, tutti “inmascherati”

e tanti con tute simil-astronauti 😮 catapultati fra di noi, si avvicina la festa dei papà e, imbardati o meno, a loro dobbiamo pensare con qualche cartolina di augurio. Eccole…

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Queste e tante altre cards per la Festa del Papà cliccando qua qua

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È uscita oggi dal letargo Ruga, la mia tartaruga. 🐢

lei sa bene cosa vuol dire “stare a casa”😊

Il suo letargo che per noi umani equivale forse a stare a casa forzatamente è durato tre mesi😳 ma ora eccola qua, più in forma che mai che riprende la sua solita vita tra erba e fiori. 🌼

In questi giorni seguiamo il suo esempio, prendiamoci una pausa e…andiamo in letargo 😊 finché la “primavera” non tornerà anche per noi.

Ruga, fiduciosa come sempre, ha aspettato il suo momento per uscire e conoscendo bene il proverbio che dice: “ chi va piano va sano e va lontano…” ora va tranquilla verso il sole.🌞

https://vimeo.com/397516568 (video)

#iostoacasa

Lei è sempre in primo piano😃

La storia della maglia, tra realtà e leggenda, va avanti fino ai giorni nostri.

Eccovi ancora notizie e curiosità da Wikipedia:

Solo nell’epoca cristiana Ã¨ possibile esaminare il primo reperto di lavoro a maglia, analizzandone la struttura e i colori.

rovine di Dura-Europas

Il reperto venne alla luce in Siria tra le rovine di Dura-Europas  e presenta una tecnica molto simile a quella usata quando si lavora con il ferro circolare oppure con i due ferri tenuti liberamente tra le mani. Tuttavia, Richard Rutt, in “A History of Handknitting” propende per la teoria che il frammento di Dura non sia stato lavorato a maglia ma con la più arcaica tecnica del naalbinding.

NÃ¥lebinding è una tecnica di creazione di tessuto che precede sia il lavoro a maglia che all’uncinetto.

La tecnica del lavoro in tondo

La tecnica del lavoro in tondo, ( che abbiamo visto ben rappresentata nel quadro “La visita degli Angeli”, dipinta da Mastro Bertram nel 1400 e da me citata nel post precedente) oltre che in Italia, era conosciuta anche nelle lande della Francia del Sud dove i pastori lavoravano usando cinque ferri e nelle isole britanniche Guernsey dove i maglioni sono lavorati in un solo pezzo, senza cuciture e nel nord, nell’area delle Shetland, dove i maglioni con tecnica Fair Isle, dall’Isola di Fair, vengono lavorati a jacquard multicolore, con un motivo tradizionale a “X” e “O”, circolarmente fino alle spalle, e in seguito tagliati per fare posto agli scalfi delle maniche e al collo (steeking).

Importanti sono poi le origini dei punti anche con le loro leggende.

I maglioni irlandesi, o Aran, hanno generato un vasto numero di leggende. La città di Bahnasa era in quel periodo abitata dai Cristiani Copti che erano scampati all’invasione degli Arabi e avevano trovato rifugio presso i monasteri delle coste e delle isole irlandesi.

In queste zone la maglia perse la vivacità dei colori ma acquistò il rilievo nella straordinaria varietà di punti che, eseguiti con la grossa lana non ritorta e non tinta delle isole Aran, riprodussero i più importanti disegni simbolici.

I punti, considerati dalla leggenda tutti simbolici e beneauguranti, venivano creati generalmente su un fondo a rasato rovescio sui quali spuntavano i boccioli dell’albero della vita, il movimento dell’acqua della sorgente della salvezza con motivi di maglie diritte, il diamante dell’abbondanza in forma di losanghe a grana di riso, le linee a zig-zag del matrimonio.

albero della vita

In questa regione ad eseguire i maglioni erano gli stessi pescatori, mentre alle mogli veniva delegato solo il compito di filare la lana.

Molto simili ai punti dei maglioni delle isole Aran, sono quelli dei maglioni Guernsey con la differenza che sono eseguiti, invece che con lana grossa, con lana sottile di colore scuro e basati sulla diversa combinazione dei diritti e dei rovesci dove l’effetto del rilievo è appena accennato.

Secondo una legenda, man mano che si procede nel lavoro i punti sono disposti dal basso verso l’alto in modo da ricostruire, in forma simbolica, le tappe della vita dell’uomo, dall’albero della vita alla corona della gloria. 

Lo stile detto Guernsey è legato ad un momento non lieto della storia della monarchia inglese e precisamente alla decapitazione di re Carlo I.
La tunica che Carlo I indossava al momento dell’esecuzione capitale avvenuta nel 1649 era lavorata in maglia di seta color blu reale ed era stata commissionata in Italia secondo lo stile e i punti Guernsey.

I motivi dei maglioni delle isole Shetland, lavorati nei colori naturali delle terre, dal panna al marrone scuro, sono maggiormente stilizzati e accostati ai motivi significativi delle terre scandinave come la stella di ghiaccio e la felce e possono essere realizzati in due versioni: una colorata e più vicina ai motivi delle altre isole e un’altra traforata più caratteristica di queste isole.

Anche se il lavoro a maglia non ebbe origine in Gran Bretagna, qui esso fu sempre tenuto in grande considerazione ed ebbe un fortissimo sviluppo. Quando il reverendo William Lee, inglese, inventò la prima macchina per maglieria, la regina Elisabetta I impedì che sotto il suo regno venisse utilizzata e l’inventore dovette emigrare in Francia.

La regina aveva infatti a cuore la sorte degli artigiani magliai che in quel periodo si erano organizzati in corporazioni con un preciso statuto.

Per diventare magliaio bisognava seguire un corso di apprendistato della durata di tre anni e nei tre anni che seguivano bisognava produrre delle prove che attestassero l’abilità personale. Era infatti obbligatorio saper eseguire un grande tappeto a più disegni e colori, un paio di calze, un berretto, una tunica o un maglione dimostrando di aver appreso bene tutte le tecniche.

Le corporazioni erano riservate solamente agli uomini ma anche le donne lavoravano a maglia alternandolo con il lavoro domestico e quello nei campi. In un museo del Galles sono conservati degli attrezzi a forma di coltelli incurvati che venivano infilati nella cintura e servivano a reggere il ferro destro che veniva inserito in un tassello all’estremità superiore.

Ma il progresso incalzava e il fratello del reverendo Lee ripropose con maggior successo l’uso della macchina per maglieria e già alla fine del 1600 si possono annoverare numerose macchine per maglieria nella zona di Nottingham che si estenderanno presto per tutta l’Inghilterra.

Nel 1700 e nel 1800 si continuò a lavorare ai ferri ma i colori vennero abbandonati. Divenne di moda il colore bianco e soprattutto i filati di cotone e di lino che ben si prestavano per realizzare corredi per neonato, sciarpe leggere e traforate, bordure e magliette.

In Francia nasce la cuffietta di cotone bianco che diventa parte fondamentale del costume contadino 

Nel Settecento a Vienna nasce la moda di infilare delle perline colorate nel cotone bianco lavorandole sempre sul diritto del lavoro in modo da formare dei disegni simili a piccoli arazzi.

In Inghilterra nascono nell’Ottocento le prime riviste di maglia che saranno presto imitate in tutta Europa. Anche in Italia compaiono le prime rubriche di maglia sul “Corriere delle dame” fondato a Milano nel 1804 da Carolina Arienti Lattanzi,  e in altri giornali soprattutto rivolti al pubblico femminile.

Moda di Francia, figurino, Corriere delle Dame, circa 1824 (Los Angeles County Museum of Art)

Parigi negli anni venti viene presentata dalla famosa sarta Elsa Schiaparelli una collezione di modelli trompe-l’œil tutti realizzati ai ferri che ebbe un grande successo.

1927 – Elsa Schiaparelli Crée le 1er Pull Tricoté Main, ‘Trompe l’Oeil’.

Alla fine della seconda guerra mondiale il lavoro a maglia si diffonde per il mondo conoscendo veri momenti di gloria e soprattutto nell’ambiente sportivo va di moda lo stile inglese dei maglioni Fair Isle che verranno indossati dalla stessa regina e dai suoi familiari.

HRH, Edward, Prince of Wales

Negli anni sessanta si assiste ad un vero “boom” della maglieria a mano. Alla fine del decennio e per i successivi anni settanta il lavoro a maglia conosce un ritorno alle origini.

Con fatti riguardanti il Sud America sulla scena politica, iniziarono a nascere modelli che imitavano il poncho e sui gilet apparvero i motivi peruviani dei lama e degli omini stilizzati.

Sempre seguendo il nostro filo di lana 🙂 siamo arrivati ai giorni nostri ed ora con internet ed i social è assai più facile trovare con chi condividere sia sul web che nella realtà la passione per il lavoro a maglia vuoi “sferruzzando” o anche solo imparando a conoscere questo mondo “lanoso”. 😀

Ho scritto questo post prima dell’attuale emergenza del “nuovo coronavirus” e vi invitavo ad andare alla kermesse sulla maglia a Firenze il prossimo 25 aprile ma ora invece vi invito a stare a casa quanto più possibile aspettando che tutto passi e magari per la fine di aprile ce la facciamo. 🙂 Consigliatissimo ora è lo ” smart working” 😉

mi raccomando…tenete le distanze!

Ecco il link che potrebbe interessarvi: https://knititalia.com/ 🙂

andate alla kermesse di KN.IT e sarete voi il novello re Artù del lavoro a maglia 😀

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da Luna e Sol 🙂

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L’ITALIA UNITA CE LA FARA’

Noi rapiti dalla paura, noi obbligati alla solitudine, noi nelle mani della scienza. noi grati alla scienza. Noi responsabili e coscienti, noi padri antichi sopravvissuti tra untori numerati. Noi figli del globale che al mostro ha offerto il viaggio dall’oriente come ai cellulari e a i giochi dei bambini. Noi che ora non cantiamo nei cori delle chiese e non spingiamo più alle code e al bar misuriamo il metro.

Noi che vediamo i nostri figli dormire un po’ di più e con fatica spieghiamo loro di questa festa triste. Noi che contiamo i morti e se è anziano, impareremo a non dire “ah ma se è anziano”.


Noi come gente semplice di un paese in guerra che il pericolo semplifica gli approcci ma questa volta annulla gli abbracci. Noi ci sosterremo con clemenza ed efficienza. Noi giocheremo per le strade libere a tana libera tutti. E ai nostri ricercatori porteremo fiori e più soldi in busta paga. 

Riapriremo alberghi e aziende. E guarderemo di nuovo, ma con stupore, l’azzurro del nostro mare e l’arte dei nostri abiti. Noi riapriremo la Scala, perchè all’alba vincerò! 

Noi che il futuro non sarà più quello di una volta faremo della paura di oggi la forza di domani. Noi che Leopardi è tra i libri di casa: “Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride Per li poggi e le ville. Apre i balconi, Apre terrazzi e logge la famiglia: E, dalla via corrente, odi lontano Tintinnio di sonagli; il carro stride Del passegger che il suo cammin ripiglia.“

Di Concita Borrelli e Giulio Mainenti.

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Per ora noi che ce ne stiamo tranquilli a casa, ci guardiamo i tanti video che ci ricordano che l’Italia è così tanto bella che questo stop “virale” non fermerà la nostra voglia di ricominciare a fare progetti e andare per monti, mari, valli e…spiagge della nostra penisola. 🙂

ad una nuova stagione…

anche del Conero

Non posso fare a meno di mettere questo nuovo video di nonna Rosetta perché è forse con questo approccio “allegro” che tutti noi potremo affrontare al meglio la grave emergenza di questi giorni. 🙂

Sicuramente 🙂

Io che ho vissuto al tempo dell’Aviaria, di Ebola ma era lontana, io che ho vissuto al tempo della Sars ma è scomparsa quasi subito, io che non ho vissuto al tempo della Spagnola, io che non ho vissuto al tempo della Peste di manzoniana memoria, io che vivo ora il tempo del nuovo coronavirus Covid19 qui in Italia e in una Regione dove il virus cerca di entrare a forza, faccio una riflessione:

stai lontano da me !!!! 😦

è vero che, anche se facciamo ragionare il cervello e cerchiamo di ascoltare le informazioni ed i consigli di coloro che ne sanno sicuramente più di noi (di me sicuramente) e ce la mettono tutta per aiutarci e per aiutare la nostra bella Italia ad uscire da questa empasse, la paura ci sta sempre più entrando dentro ma soprattutto è l’ansia che sta ottenebrando la nostra razionalità e capacità di giudizio.

Il panico è sicuramente più devastante di qualsiasi virus pur non sottovalutando gli effetti deleterei di quest’ultimo.

Lo stiamo vedendo ora perché non siamo mai preparati ad un male che non conosciamo e soprattutto non possiamo vedere.

Ad un male che ci costringe ad abbandonare le nostre abitudini ormai consolidate e certe per nuove regole dai risultati a volte incerti.

Ma il passato ci può aiutare ed insegnare molto…a degli anziani in una casa di riposo è stato chiesto se avessero paura del virus ed hanno risposto: ” ma che pauraaa!!! Noi siamo quelli della Spagnola!

Ho trovato un articolo che se letto attentamente e tolte alcune parti più specifiche sull’argomento petrolio (è del 2008, niente a che vedere con il Nuovo Coronavirus) è quasi perfetto per quello che sta succedendo ora nel 2020.

view-source:http://aspoitalia.blogspot.com/2008/07/dalli-alluntore.html

Invidie, pregiudizi, ignoranza, spaccature tra cittadini, spaccature tra i Governi, spaccature tra le Nazioni, non sono anche essi un virus che si propaga?

Solo unità e buon senso (soprattutto a casa nostra) potrebbe essere il primo vaccino per il Covid19.

Conscia della gravità della situazione, io sono comunque ottimista…e una risata ogni tanto ci fa anche bene. 😀

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… e le nuove cartoline

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Queste e tante altre cards per la Festa della Donna cliccando qua 

Si, eccomi di nuovo tra fili e gomitoli di lana morbidi e coloratissimi. 🙂

i miei fili si intrecciano facilmente 😀

Come vi ho detto, anche se io non ho mai imparato bene a lavorare a maglia, da piccola sono vissuta circondata da lane e gomitoli, da ferri ed uncinetti perché sia mia mamma che una mia zia hanno sempre sferruzzato o fatto lavori all’uncinetto oltre che ricami col telaio.

Quando andavo a casa di mia zia facevo una specie di full immersion nella lana perché lei era una insegnante di Economia Domestica e, soprattutto durante le vacanze scolastiche, si portava a casa i lavori che le sue allieve non avevano finito a scuola ed erano davvero tanti…che alla fine stando nella sua stanza eri avvolta da lana calda e colorata. 🙂

mia zia aveva un sacco di idee 🙂

Parlare della maglia oltre ad essere una specie di “amarcord” mi ha anche fatto scoprire un mondo che non conoscevo.

Riporto qui alcune notizie trovate su Wikipedia:

L’inizio del lavoro a maglia si perde nella notte dei tempi.

Solo quando ci si ferma al II o III secolo dopo Cristo ci sono notizie sicure perché prima la storia si confonde troppo spesso con la leggenda.

Sono state però trovate sculture che risalgono al IV secolo a.C. che hanno fatto ipotizzare che il lavoro a maglia fosse ormai entrato nella vita quotidiana, come dimostra una statua greca, che si trova ad Atene, nel Museo del Partenone, Kore n. 670, che sembra indossare un maglione come quello dei nostri tempi. 😀

Kore , Museo dell’Acropoli, Atene


Pur non avendo documenti specifici al riguardo, ad una osservazione attenta, si può notare che l’artista ha riprodotto con lo scalpello la lavorazione del punto a coste – 3 maglie diritte alternate a tre rovesci oppure un’alternanza di 7 diritti e tre rovesci – nelle vesti senza cuciture che venivano indossate durante le cerimonie sacre.
Da tener presente che il numero tre e il numero sette erano considerati numeri dal potere magico.

Testimonianze di lavori a maglia attraverso dipinti.

Certamente un capo che veniva indossato da un membro della casa reale veniva imitato ed infatti possiamo ammirare nei quadri di Hans Holbein il Giovane e di altri pittori della sua scuola, che ritraggono nel corso degli anni la famiglia dei Tudor, un medesimo e molto semplice motivo di berretto, lavorato a maglia rasata con diminuzioni regolari che rimasero di moda per un secolo.

Hans Holbein il Giovane-Autoritratto

Il quadro che più fedelmente è testimone dell’apprezzamento del lavoro ai ferri da parte dei pittori è la pala dell’altare di Buxehude in Germania, nota come “La visita degli Angeli”, dipinta da Mastro Bertram nel 1400, nel quale viene rappresentato un momento di vita familiare all’interno della casa di Nazaret.

Mastro Bertram – Pala dell’altare di Buxehude in Germania, nota come “La visita degli Angeli” – 1400

Nel dipinto si può osservare la Madonna intenta a sferruzzare una piccola tunica “inconsutile”, cioè senza cuciture, per Gesù Bambino rifinendo la scollatura col sistema circolare a quattro ferri, sistema ancora sconosciuto in quei tempi in Germania, ma osservato dall’artista durante un viaggio in Italia.

“La visita degli Angeli” – 1400 -particolare

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… e mentre diamo gli ultimi tocchi ai nostri fiammanti 😆 costumi di Carnevale, eccovi le nostre ultime cartoline appena sfornate …

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 Trovate queste ed molte altre cards di Carnevale cliccando su Carnevale Cards Gallery.

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Amici amanti dei gatti, oggi è la nostra giornata, la festa nazionale del gatto. 🙂 E’ stato scelto il mese di febbraio perché è sotto il segno dell’ Acquario, segno degli spiriti liberi e chi meglio del gatto lo potrebbe rappresentare? Il giorno 17 per sfatare che il gatto porti sfortuna. Se poi il vostro gatto è proprio del segno dell’Acquario, eccovi il suo Oroscopo 😀 :

GATTO ACQUARIO
(21 gennaio – 20 febbraio)

• Modernissimo e anticonformista, il gatto dell’Acquario è profondamente altruista, partecipa alle vicissitudini dei suoi simili con tutto se stesso e ama prendersi cura delle persone con cui vive. Ha un carattere molto dolce, è paziente e generoso però non vuole che gli si diano ordini. In casa ama controllare che tutto sia in ordine e al posto giusto. Dedica molto tempo alla cura del suo aspetto e ama essere spazzolato e coccolato. In primavera e poi in estate passa molto tempo in giardino o sul balcone, d’inverno, invece, adora guardare fuori dalla finestra e vedere cadere la neve, la pioggia, osservare il cielo. Il gatto Acquario ama la compagnia degli altri gatti e delle persone. Quando andate a dormire non chiudetelo fuori dalla vostra camera da letto. Il gatto Acquario ama stare con voi nelle ore notturne e proteggervi dai brutti sogni.

Te lo dirò in un’altra vita, quando saremo tutti e due gatti
citazione dal film: Vanilla Sky


 

da Luna e Sol, a tutti , con tutto il loro amoooore 😆

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… ed ecco qualche cartolina “amorosa” 😆 per tutti gli innamorati del mondo

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 Trovate queste ed molte altre cards per San Valentino cliccando su San Valentino Cards Gallery 1 San Valentino Cards Gallery 2.

Bansky

Girovagando sul web mi sono imbattuta in diversi articoli su come poterci rilassare e trovare un po’ di calma almeno interiore se quella esteriore sembra quasi irraggiungibile, a volte.🙄

Un articolo di Donna Moderna mi ha colpito😳 : “ Lavoro a maglia, yoga per la mente”, intervista all’economista Loretta Napoleoni.

https://www.donnamoderna.com/news/societa/lavoro-a-maglia-yoga-per-la-mente

Ora, devo dirvi che questo articolo ha attirato la mia attenzione perché anche io da piccola sono stata iniziata al lavoro a maglia da mia mamma ma forse la mia passione non era come la sua e così il mio sferruzzare 🧶 non ha prodotto molto più di una sciarpa 🧣 stretta e corta.😁

Ma perché è proprio vero che a volte “ le passioni saltano una generazione”, mia figlia ha sempre avuto la passione per i lavoretti fai-da-te al telaio o all’ uncinetto ed ora, ormai grande, ama sferruzzare 🧶 e devo dire che a differenza di me, ha molta costanza e riesce a fare cose carine ed utili…🧦🧤, non sciarpe strette e corte,😀 mia mamma ne sarebbe stata proprio contenta.👵

È anche vero che ora con internet è molto più facile trovare con chi condividere le proprie passioni, e non solo virtualmente.

Per (re)imparare ad usare i ferri ci sono tutorial online e corsi dal vivo perché “ fare la maglia in gruppo ha un forte potere di aggregazione” di cui noi oggi abbiamo più bisogno che mai.

E anche se non si “sferruzza” il mondo della maglia è così variegato e pieno di colori come i suoi fili di lana che non ci si annoia mai.

Lei è pronta a darci un aiuto 🧶😊

da Luna e Sol a tutti voi…

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Adorazione dei Magi -GIOTTO (Cappella degli Scrovegni)

L’Epifania tutte le feste le porta via Ã¨ un proverbio popolare a sfondo religioso, dato che si riferisce alla manifestazione di Gesù ai Re Magi, che nel corso delle generazioni ha subito varie modifiche e nuove versioni diffuse in varie parti d’Italia.

Significato

Poiché in genere la festa dell’Epifania (6 gennaio) è l’ultimo avvenimento relativo alla feste natalizie s’intende che non ce ne saranno più fino al carnevale o la Pasqua e per metafora la befana prende così le feste di natale e le porta via con sé.
In genere è anche l’ultimo giorno in cui tenere il presepe o l‘albero ed i relativi addobbi.

Presepe napoletano

Epifania e san Benedetto

«L’Epifania
tutte le feste le porta via
poi arriva san Benedetto
che ne riporta un bel sacchetto.»

Il giorno dell’Epifania ha nei secoli assunto la peculiarità di terminare il ciclo delle feste dell’anno liturgico, mentre il giorno dedicato a san Benedetto richiamava l’attenzione su quelle successive appartenenti al ciclo pasquale.

L’antichità del proverbio è attestata anche dal fatto che la festività di san Benedetto è stata spostata dal 21 marzo all’11 luglio, quindi dopo molto tempo dalla creazione del proverbio

Epifania e Annunciazione

«Epifania
tutte le feste manda via
e santa Maria
tutte le ravvia.»

In questo caso il proverbio è congruente con il calendario contemporaneo, in quanto la festa dell’Annunciazione mariana, cade il 25 marzo, preannunciando l’inizio di un nuovo ciclo di festività.

Annunciazione-Beato Angelico-Museo Nazionale Del Prado

Epifania e il vento

«Di Pasqua Epifania
il vento se ne va via.»

Nell’antichità, secondo una usanza tradizionale, tutte le più importanti festività venivano abitualmente definite con il nome di Pasqua. Il proverbio segnala la data dell’Epifania come spartiacque fra il periodo freddo, caratterizzato da forti venti gelidi, e quello più mite.

Da: Wikipedia

da Sol e Luna…

Nel frattempo che cercate una risposta… 😆

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Con il susseguirsi di tutte queste feste le nostre cartoline, come per magia, si trasformano e gli alberi addobbati e i doni natalizi diventano coriandoli e fuochi artificiali per il nuovo anno e vecchiettine volanti col grande sacco pieno per la befana… eccone alcune 😆

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Trovate queste cartoline di Capodanno e per la Befana e tante altre cliccando sui link alle  nostre Gallery qua di seguito: Gallery Capodanno ed Epifania 1 , Gallery Capodanno ed Epifania 2, Gallery Capodanno ed Epifania 3, Gallery Capodanno ed Epifania 4.

da Luna e Sol, a tutti 😆

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STORIE DI NATALE: LA LEGGENDA DELLO SPIRITO DELL’ACQUA (leggenda di Natale norvegese)

Si dice che nei boschi norvegesi si aggiri una bellissima Troll (che è un essere magico che non per forza somiglia a quello di Harry Potter), vestita di bianco e con lunghi capelli biondi (ha anche una coda da mucca però, cosa che non si capisce come si associ al vestito bianco, forse ha un buco sul retro). Hulda (questo il nome della donna Troll) è uno spirito dell’acqua e sfortunatamente per lei spesso e volentieri l’acqua in Norvegia si ghiaccia e lei rimane sotto gli strati di ghiaccio. Un giorno, era Natale, un pescatore volle portare a Hulda un dolce ma trovando il lago in cui viveva lo spirito completamente ghiacciato e non volendo lasciare il dolce sulla sua superficie (poteva passare una volpe e mangiarselo, che ne sai) decise di fare un buco nel ghiaccio con il suo piccone (cosa ci facesse un pescatore con un piccone è una buona domanda).
Scava e scava però il ghiaccio era veramente durissimo e il pescatore riuscì a fare solo un buchino piccolo piccolo. Mentre si arrovellava per cercare una soluzione dal buchino uscì una manina piccolissima e bianca che afferrò il dolce: questo allora per magia si rimpicciolì e passò dentro il buco. Da allora, ancora oggi, nel giorno di Natale è usanza portare allo spirito dell’acqua dei dolcetti molto piccoli, in modo che possano passare attraverso qualsiasi buco nel ghiaccio.

Da: studentville.it

L’immagine dell’albero come simbolo della vita ha origini molto antiche e trova riscontri in diverse religioni.

In genere l’albero di Natale in Italia è un peccio (Picea abies) detto anche abete rosso; mentre nell’Europa Centrale e nei Paesi nordici è comune l’uso di abeti (Abies alba o Abies nordmanniana).

Fra gli ornamenti più diffusi con cui addobbare gli alberi di Natale si possono citare le caratteristiche palline (in realtà non sempre sferiche: ne esistono innumerevoli varianti, per esempio coniche, a forma di campanella, di pigna e così via) che, negli anni 50-60, erano realizzate in vetro soffiato generalmente ricoperte da una vernice colorata e riflettente, o spruzzate d’argento, oro, o bianco. Anche ora si usano fiocchi colorati di tessuto; sono molto diffusi i festoni e i fili perlati.

File di miniluci elettriche hanno progressivamente sostituito nel Novecento l’uso di candele posizionate sui rami; sono di solito colorate o intermittenti, e tendono a ricordare luci fatate (specialmente se la loro luce è diffusa dai festoni o dalle altre decorazioni, o dai rami stessi dell’albero)

La cima dell’albero anche oggi è in genere arricchita da un puntale, simile alle palle per colore, materiale e tipo di decorazioni, talvolta a forma di stella, con riferimento alla stella cometa. Alcuni spruzzano i rami dell’albero con diversi generi di neve artificiale. In tempi più recenti si sono inoltre iniziate ad usare altre decorazioni di vario tipo (pupazzi di Babbo Natale, stelle ecc.) da appendere sui rami.

Fra le decorazioni meno comuni, ma dotate di una certa tradizione, si possono ricordare: la frutta secca; certi tipi di frutta colorata come le arance; i biscotti allo zenzero; le decorazioni in pasta di sale o marzapane; piccoli personaggi (Babbo Natale, angeli, renne e così via), o giocattoli.

L’immagine dell’albero come simbolo del rinnovarsi della vita Ã¨ un tradizionale tema pagano, presente sia nel mondo antico che medioevale e, probabilmente, in seguito assimilato dal Cristianesimo. L’abete, essendo conifera sempreverde, facilmente richiama il perpetuarsi della vita anche in inverno. Presso molti popoli, in particolare gli Indoeuropei, l’Albero Cosmico rappresenta la manifestazione divina del cosmo. Ne sono esempi l’albero Cosmico indiano” il puro, il Brahman. Tutti i mondi riposano in lui” (Katha – UpanishadVI, 1), lo Yggdrasil germanico, il veterotestamentario Albero della Vita (Genesi 2 ,3). Molti commentatori cristiani lo identificarono con Gesù Cristo o Sant’Antonio da Padova. Ruperto di Deutz scrisse che “albero della vita è il Cristo”.

L’albero rovesciato

La derivazione dell’uso moderno da queste tradizioni, tuttavia, non è stato provato con certezza anche se sembra che sia nata a Tallinn, in Estonia nel 1441, quando fu eretto un grande abete nella piazza del Municipio, Raekoja Plats, attorno al quale giovani scapoli uomini e donne ballavano insieme alla ricerca dell’anima gemella. Tradizione poi ripresa dalla Germania del XVI secolo. Ingeborg Weber-Keller(professore di etnologia a Marburgo) ha identificato, fra i primi riferimenti storici alla tradizione, una cronaca di Brema del 1570, secondo cui un albero veniva decorato con mele, noci, datteri e fiori di carta. La città di Riga Ã¨ fra quelle che si proclamano sedi del primo albero di Natale della storia (vi si trova una targa scritta in otto lingue, secondo cui il “primo albero di capodanno” fu addobbato nella città nel 1510).

Albero di Natale a Tallinn
Monumento all’albero di Natale a Riga

Il teologo luterano Oscar Cullmann sostiene che l’albero di Natale accoglie, certamente, i miti dell’albero, simbolo del rinnovarsi della vita, delle antiche genti europee (e asiatiche e amerindi ecc.), ma direttamente esso trae la sua origine dagli alberi innalzati, e ornati di frutti e altri simboli cristiani, davanti alle cattedrali: durante queste cerimonie, quasi liturgiche, si metteva in scena episodi biblici, come il Genesiaco racconto dell’antro della vita.

Precedentemente a questa prima apparizione “ufficiale” dell’albero di natale si può però trovare anche un gioco religioso medioevale celebrato proprio in Germania il 24 dicembre, il “gioco di Adamo e di Eva” (Adam und Eva Spiele), in cui venivano riempite le piazze e le chiese di alberi di frutta e simboli dell’abbondanza per ricreare l’immagine del Paradiso.

Successivamente gli alberi da frutto vennero sostituiti da abeti poiché questi ultimi avevano una profonda valenza “magica” per il popolo. Avevano specialmente il dono di essere sempreverdi, dono che secondo la tradizione gli venne dato proprio dallo stesso Gesù come ringraziamento per averlo protetto mentre era inseguito da nemici. Non a caso, sempre in Germania, l’abete era anche il posto in cui venivano posati i bambini portati dalla cicogna.

L’usanza, originariamente intesa come legata alla vita pubblica, entrò nelle case nel XVII secolo ed agli inizi del secolo successivo era già pratica comune in tutte le città della Renania. L’uso di candele per addobbare i rami dell’albero è attestato già nel XVIII secolo.

Per molto tempo, la tradizione dell’albero di Natale rimase tipica delle regioni a nord del Reno. I cattolici la consideravano un uso protestante. Furono gli ufficiali prussiani, dopo il Congresso di Vienna, a contribuire alla sua diffusione negli anni successivi. A Vienna l’albero di Natale apparve nel 1816, per volere della principessa Henrietta von Nassau-Weilburg, ed in Francia nel 1840, introdotto dalla duchessa di Orléans.

SCORCIO DI INTERNI DEL PIÙ GRANDE XMAS DEL MONDO 

La tradizione dell’albero di Natale, così come molte altre tradizioni natalizie correlate, è sentita in modo particolare nell’Europa di lingua tedesca (si veda per esempio l’usanza dei mercatini di Natale), sebbene sia ormai universalmente accettata anche nel mondo cattolico (che spesso lo affianca al tradizionale presepe). A riprova di questo sta anche la tradizione, introdotta durante il pontificato di Giovanni Paolo II, di allestire un grande albero di Natale nel luogo cuore del cattolicesimo mondiale, piazza San Pietro a Roma.

D’altronde un’interpretazione allegorica fornita dai cattolici spiega l’uso di addobbare l’albero come una celebrazione del legno (bois, in francese è sia inteso come “albero” sia come “legno”) in ricordo della Croce che ha redento il mondo (Padre Thomas Le Gal); si noti la similitudine dell’albero con il pilastro cosmico chiamato Yggdrasill dalla mitologia nordica, fonte della vita, delle acque eterne, cui è vincolato il destino degli uomini: similitudini queste sincreticamente assorbite nel culto cristiano che celebra l’albero di Natale e la Croce stessa. La similitudine tra albero sacro e Croce fu usata anche dai missionari cristiani tra l’VIII e X secolo per convertire i popoli germanici in Europa centro-settentrionale.

Il frassino Yggdrasill sorregge il mondo 
 1882)
Friedrich Wilhelm Heine (1845-1921). Illustrazione (Wägner ~ Nover 1882)

Da:curiosando708090.altervista.org

AUGURI di BUONE FESTE

Come scorre veloce il tempo! 😮 e cosi, arrivati quasi a Natale, ecco le nostre nuove cartoline di auguri per voi 😆

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Trovate queste cartoline di Natale e tante altre cliccando sui link alle  nostre Gallery qua di seguito: Natale Cards 1Natale Cards 2Natale Cards 3Natale Cards 4.

Racconti di Natale

A Nazareth

Un giorno Gesù, appena di cinque anni, sedeva sulla soglia di casa, a Nazareth, intento a formare degli uccellini da un blocco di argilla che gli aveva regalato il vasaio di fronte.
Sui gradini della casa vicina sedeva un bambino di nome Giuda; tutto graffi e lividure e i vestiti a brandelli per le continue risse con altri ragazzi di strada. In quel momento era tranquillo, non tormentava nessuno, né s’accapigliava con i compagni, ma lavorava anche lui a un blocchetto di argilla.
A mano a mano che i due bimbi facevano i loro uccellini li mettevano in cerchio dinanzi a sé.
Giuda, che di tratto in tratto guardava furtivo il compagno per vedere se facesse più uccelli di lui e più belli, gettò un grido di meraviglia quando vide che Gesù tingeva i suoi uccellini con il raggio di sole colto dalle pozze d’acqua.
Anche lui allora immerse la mano nell’acqua luminosa. Ma il raggio di sole non si lasciò pigliare. Filava via dalle sue mani per quanto egli si affaticasse a muovere lesto le dita tozze per acchiapparlo, e ai suoi uccelli non poté dare neppure un pochino di colore.
– Aspetta, Giuda – esclamò Gesù – vengo io a colorire i tuoi uccellini.
– No, non devi toccarli; stanno bene così! – gridò Giuda; poi, in un impeto d’ira calcò il piede suoi suoi uccelli riducendoli l’uno dopo l’altro in un ammasso di fango.
Quando tutti gli uccelli furono distrutti si avvicinò a Gesù, che stava accarezzando i suoi, sfavillanti come pietre preziose. Giuda li osservò un momento in silenzio, poi alzò il piede e ne pestò uno.
– Giuda, che fai? Non sai che sono vivi e possono cantare?
Ma Giuda rideva e ne calpestò un altro, poi un altro, un altro ancora.
Gesù si guardò attorno cercando un soccorso. Giuda era lato, robusto ed egli non aveva la forza di fermarlo. Guardò la madre; non era lontana, ma prima che fosse venuta Giuda avrebbe distrutto tutti gli uccelli.
Gli si riempirono gli occhi di lacrime. Quattro erano già ridotti in mota; ne rimanevano tre ancora.
Gesù si struggeva che i suoi uccellini stessero quieti e si lasciassero calpestare senza fuggire alla rovina. Allora batté le mani per destarli e gridò: – Volate! Volate!
I tre uccelletti cominciarono a muovere le ali, le batterono timorosi, poi presero il volo fino all’orlo del tetto dove si sentirono in salvo.
Autore: S. Lagerlöf

da: ciccina.it


MUOVITI, VAI.

BEATO

E’ COLUI CHE PARTE

da : I VAGABONDI (Olga Tokarczuk)

Cacciatori di graffiti

“East Side Gallery” a Berlino

La castagna è il simbolo indiscusso dell’autunno, con il suo color marrone, i suoi ricci e il suo profumo quando viene arrostita e il suo sapore inconfondibile .

Una volta l’arrivo dell’autunno portava un gran fermento nelle famiglie, durante tutto l’anno si teneva pulito il sottobosco, dove c’era un castagno il terreno era ripulito dalle erbacce, concimato e falciato con cura. La selva doveva essere a posto per poter raccogliere le castagne cadute, la raccolta iniziava tra la fine di settembre e la prima settimana di ottobre e continuava fino a novembre; era un lavoro che si faceva in famiglia, a mano, raccogliendole in panieri e ceste di vimini o gerle.

❝Nevica sulle montagne.
La campagna è .sepolta
sotto la nebbia folta.
Bambini è proprio questo
il tempo umido e fresco
delle castagne.
Via, tutti in fila andiamo
con sacchi e con cestelli.
Nel bosco c’è un tappeto
di muschi e di fuscelli.
Un gran volo d’uccelli
passa di valle in valle.
Tra sassi e foglie gialle
cascano da ogni ramo,
sgusciano fuor dai ricci
tante castagne.❞

Ogni famiglia raccoglieva le castagne della propria selva, nessuno raccoglieva quelle nelle proprietà altrui, ma dopo l’11 di novembre la raccolta era libera, i boschi venivano messi a disposizione di tutti, anche del bestiame.

Oggi le castagne vengono raccolte con l’ausilio di reti soprattutto nei moderni castagneti da frutto intensivi o addirittura attraverso la raccolta meccanica con aspiratrici e raccattatrici.

La castagna è un frutto dalle mille risorse per esempio se consumate al mattino, bollite o arrosto, aiutano a combattere la stanchezza autunnale grazie al loro apporto di magnesio e manganese. Poi sono molto ricche di carboidrati, aminoacidi, sali, vitamine e la farina lavorata può essere usata per produrre un ottimo sostituto del pane integrale, basta solo fare attenzione a non consumarlo con frutta acida, proteine animali, pane, zucchero e vino perché può causare acidità di stomaco e fenomeni di fermentazione. Mangiare ogni tanto una o due castagne crude aiuta a creare degli anticorpi perfetti per  proteggere dai malanni stagionali, aiuta a tonificare i muscoli, i nervi e le vene.

E come di ogni cosa non si butta via niente e allora l’acqua in cui sono state cotte le castagne è perfetta per risciacquare i capelli dopo lo shampoo per esaltare i riflessi dei capelli biondi, mentre se si fanno bollire in due litri d’acqua due manciate di foglie e una decina di ricci per venti minuti, si ottiene un infuso perfetto per il bagno che usato due volte alla settimana aiuta a rinforzare le ossa e aiuta a curare i reumatismi.

Ci sono anche tante leggende legate alla castagna.

Prima leggenda del perchè le castagne hanno i ricci

Tanto tempo fa, le castagne non avevano il riccio, ma erano appese ai rami come le mele. Un giorno tre castagne decisero che quell’inverno non volevano soffrire né il caldo né il freddo ed andarono dal castagno più vecchio per farsi dare un consiglio. Arrivate da lui gli chiesero: â€œCome possiamo fare a non soffrire né il freddo né il caldo?”.

L’albero allora rispose: “Dovete chiamare i ricci del bosco e dire loro di portare gli amici morti”.

Le castagne fecero come aveva detto loro il grande castagno: i ricci portarono gli amici morti, tolsero loro la pelliccia spinosa e la avvolsero sulle castagne. Da quel giorno le castagne ebbero il riccio.

Seconda leggenda del perchè le castagne hanno i ricci

Moltissimi anni fa, in un bosco di montagna, viveva una famiglia di ricci: mamma, papà e i loro piccoli. Accanto ad essi, c’era un enorme albero pieno di castagne. 

Salì sopra e rimase sorpresa nel vedere le tristi castagne che si lamentavano, e spiegarono loro degli scoiattoli che le mangiavano. Insieme, escogitarono un bel piano: al momento dell’arrivo degli scoiattoli, le castagne si sarebbero nascoste dentro i ricci. 

Così fecero. Da quel giorno, gli scoiattoli si punsero e non vennero più a disturbare le castagne. Ecco perché, ancora oggi, le castagne mantengono il loro riccio per proteggersi dal nemico.

Leggenda della castagna e della sua apertura a croce

In un piccolo paese di montagna gli abitanti erano molto poveri e non avendo di che mangiare si rivolsero a Dio pregandolo di dar loro qualcosa per sfamarsi. Il buon Dio sentite le loro preghiere diede loro una pianta da cui poter raccogliere frutti nutrienti, il castagno; ma il Diavolo visto quello che Dio aveva fatto, per impedire che la gente potesse raccogliere i frutti, li avvolse in un guscio spinoso. Presi dallo sconforto gli abitanti del piccolo paese ritornarono nuovamente a pregare Dio ed egli sceso in mezzo a loro fece il segno della croce: i gusci spinosi come per miracolo si aprirono, e da quel giorno, quand’è periodo, i frutti di questa pianta si aprono a croce.

❝In un riccio ramato
Per terra cascato
Una bella castagna
Per bacco si lagna.

Non sono ancor pronta
Non mangiarmi, sei tonta?
Aspetta un pochino
Che il gusto è divino.

Sarò caldarrosta fumante
dalla brace alla bocca all’istante
son mondina nel paiolo son fina
senza fretta mia cara bambina!❞

Oltre alle bellissime leggende legate alla castagna, c’è anche una pianta da ricordare, un castagno plurimillenario, che si trova nel Parco dell’Etna in territorio del comune di Sant’Alfio, il terreno su cui sorge era proprietà di nobili del luogo e una volta era uso celebrare conviviali e banchetti per ospiti illustri.

L’età stimata di quest’albero va dai due ai quattro mila anni di vita , ed è considerato il più antico d’Europa ed il più grande d’Italia: misura infatti la bellezza di 22 mt di circonferenza per 22 mt d’altezza. Nel 1965 l’albero fu espropriato e dichiarato monumento nazionale.

Anche legata a quest’albero c’è una bella storia da ricordare, si narra infatti, che la Regina Giovanna I d’Aragona con al seguito cento cavalieri e dame, coi loro cavalli, fu sorpresa da un temporale durante una battuta di caccia nelle vicinanze dell’albero e proprio sotto i rami trovò riparo con tutto il numeroso seguito. Il temporale continuò fino a sera, così la regina passò sotto le fronde del castagno la notte in compagnia, si dice, di uno o più amanti fra i cavalieri al suo seguito. Per questo motivo è stato chiamato il castagno dei cento cavalli.

Fonte: eticamente.net

Luna e Sol vi augurano…