gennaio 2011


Altre maschere italiane

Aspettando un altro Carnevale, ho parlato delle maschere italiane a me familiari fin da bambina, aggiungendone alcune forse più tipicamente regionali. Ora vorrei parlare di altre maschere italiane che appartengono al folklore sardo ma che hanno ormai superato i confini della Sardegna.

Io devo dire che ne conoscevo bene soltanto una, forse la più nota: il Mamuthone.

Al Carnevale di Mamoiada, paese al centro della Barbagia, che è il carnevale sardo più noto anche fuori dalla Sardegna,i protagonisti assoluti sono però due maschere : le maschere dei Mamuthones e degli Issohadores che non sfilano mai separate.

 

Il Mamuthone

Queste figure indossano le famosissime maschere nere di legno, pelli ovine sul corpo e soprattutto pesanti campanacci sulla schiena, che agitano seguendo dei precisi passi di danza.

Nella processione del tipico carnevale i Mamuthones procedono affaticati e in silenzio, come degli schiavi in catene.

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L’Issohadore

L’Issohadore rappresenta un ruolo di dominanza rispetto al mamuthone.

Nella processione del carnevale, sfilano davanti, dietro e ai lati e scortando i mamuthones usando la loro So’a (fune) per catturare le giovani donne in segno di buon auspicio per una buona salute e fertilità, o gli amici scelti tra il pubblico e in particolare le autorità, per augurare loro un buon lavoro per il bene di tutti.

Il capo issohadore, che si può definire come un grande sacerdote nuragico, impartisce gli ordini ai mamuthones e dà il ritmo alla danza.

Il suo abbigliamento è diverso da quello del Mamuthone e viene indicato dai vecchi di Mamoiada come veste’e turcu (vestito da turco).

Comprende: sul capo la nera Sa Berritta sarda legata al mento da un fazzoletto variamente colorato, maschera bianca, larghi pantaloni e camicia di tela bianchi, sopraccalze di lana nera “cartzas”, il corpetto rosso del costume tradizionale maschile “curittu”; a tracolla porta una cinghia in pelle e stoffa dove sono appuntati piccoli sonagli “sonajolos”; legato alla vita con la parte variopinta che scende lungo la gamba sinistra uno scialle, o ampio fazzoletto con bellissimi ricami, e la fune (So’a) da cui deriva il nome dell’issohadore.

Gli Issohadores hanno un aspetto più umano.I due gruppi portano avanti una vera e propria cerimonia, tanto affascinante quanto misteriosa,che affonda le sue radici nella lontana cultura sarda agro-pastorale e nei riti legati ai culti dionisiaci.

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Un altro carnevale tipico della Sardegna è quello di Ottana.
Il carnevale, fin dal passato, è una delle ricorrenze più attese dagli Ottanesi. 
In questa circostanza anche alle vedove, in quanto irriconoscibili, era permesso mascherarsi, quindi trasgredir al quotidiano comportamento, caratterizzato dalla massima compostezza e discrezione.
Il Carnevale di Ottana è caratterizzato da “Sos Merdules” e “Sos Boes”, ovvero “Carazzas” (maschere) tipiche di secolare tradizione.
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Sos Boes


“Sos Boes” indossano pelli di pecora bianche integre, e portano sul viso “Sas Carazzas” (maschere in legno), che raffigurano animali, più precisamente bovini. Esse sono fornite di corna più o meno lunghe lavorate a intaglio.
Sulla parte frontale portano una stella e due foglie lungo gli zigomi.
Indossano, inoltre, a mo´ di bandoliere circa quaranta, chilogrammi di campanacci, detti “Sonazzas”, agganciati su una cinghia in cuoio posta su una spalla.”Sos Boes”, saltando, correndo e agitandosi, rumoreggiano per tutta la durata dell´esibizione.

L’altra maschera caratteristica è “Sos Merdules”.


Essi rappresentano l´uomo e indossano pelli bianche come “Sos Boes”, talvolta anche nere. Portano anch´essi maschere tipiche in legno aventi sembianze umane, generalmente deformate, a significare la fatica del vivere quotidiano. Hanno in spalla “Sa Taschedda”, simile ad uno zaino in cuoio. Questo oggetto ci ricorda che in un passato non molto remoto, i contadini e agli allevatori avevano bisogno di trasportare viveri da consumare in campagna durante il lavoro.
“Sos Merdules”, attraverso il loro rituale, rappresentano di fatto la continua lotta tra l´uomo e l´animale, ai fini della sopravvivenza, per stabilire il predominio del primo sul secondo.
E´ infatti noto che “Sos Boes” (i buoi) erano “strumento di produzione”, utilizzati per la lavorazione della terra.

 Fonti : Wikipediahttp://www.mariocossu.it

 

 

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Oggi è il “giorno della Memoria” e su “Bontà Loro”, di Maurizio Costanzo ho ascoltato una intensa testimonianza della pittrice novantenne, Eva Fischer, che fuggì da Belgrado nel 1941 dopo la deportazione del padre e di altri familiari da parte dei nazisti(lei preferì consegnarsi agli italiani…).
I quadri sulla Shoah sono rimasti fino al 1989, un suo «diario dipinto» nascosto anche ai familiari. Da quel momento è diventato uno dei suoi momenti pittorici fra i più noti in tutto il mondo.

Potete trovare i suoi quadri sulla Shoah a questo link, http://www.artport.it/evafischer/ .(cliccare su Olii e poi su Shoah).

Aahhhh l’amoouuur!!!

Come sarebbe il mondo senza quel meraviglioso sentimento che ci fa brillare gli occhi, sorridere quasi inebetiti e far le cose più pazze per il nostro/a  innamorato/a?

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gattofrecciafinal Anche quest’anno ci siamo fatte venire gli occhi a cuoricino faccendo le nostre nuove cartoline di san valentino che trovate in questo slide e nelle nostre gallery San Valentino Cards 1 e gallery San VAlentino Cards 2.

Quando vien la Candelora

da l’inverno sémo fóra,

ma se piove o tira vénto,

ne l’inverno semo drénto.

Questo detto popolare, che io ho sempre sentito fin da piccola, ci porta ad un’altra festa importante del Calendario Liturgico della Chiesa Cattolica: la Candelora.

La Candelora, collocata all’inizio del mese di febbraio, e quindi  nel bel mezzo dell’inverno, quando però le giornate iniziano visibilmente ad allungarsi, è stata oggetto di detti e proverbi popolari di carattere meteorologico, anche contrastanti tra loro…ma per me è “valido” questo riportato sopra. 🙂

Del periodo che va da Natale in poi, di proverbi popolari legati alla metereolgia ed anche all’allungarsi delle giornate ce ne sono molti, forse perchè una volta si era più legati alla terra, alla natura e il benchè minimo cambiamento di essa per l’avvicendarsi delle stagioni, veniva subito notato entrando a far parte della “saggezza popolare”.

Quelli che io ricordo di più sono:

Natale ‘n passo de maiale.

( A Natale le giornate si allungano di un passo di maiale)

Anno nôvo, ‘n salto de bôvo.

(Anno nuovo, le giornate si allungano di un passo di bue)

La Pasquella, ‘n salto de vitella.

(Pasquella, 6 gennaio, le giornate si allungano un salto di vitella)

Sant’Antò, ‘n ora bò.

(Sant’Antonio, 17 gennaio, i giorni si allungano di un’oretta)

Provate a pensare alla lunghezza dei passi degli animali citati…e vedrete che il detto è azzeccato. 😀

Ma torniamo alla Candelora

Il 2 febbraio la Chiesa cattolica celebra la

Giovanni Bellini – Presentazione al Tempio

presentazione al Tempio di Gesù, popolarmente chiamata festa della Candelora, perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo “luce per illuminare le genti”, come il bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio di Gerusalemme, che era prescritta dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi.

La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù.

Anticamente questa festa veniva celebrata il 14 febbraio (40 giorni dopo l’Epifania), e la prima testimonianza al riguardo ci è data da Egeria nel suo Itinerarium Egeriae . La denominazione di “Candelora” data popolarmente alla festa deriva dalla somiglianza del rito del Lucernare, di cui parla Egeria: “Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima”, con le antiche fiaccolate rituali che si facevano nei Lupercali (antichissima festività romana che si celebrava proprio a metà febbraio). Ma la somiglianza più significativa tra le due festività si ha nell’idea della purificazione: nell’una relativa all’usanza ebraica:

« Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione »

nell’altra riguardo alla februatio  [Gli antenati romani dissero Februe le espiazioni: e ancora molti indizi confermano tal senso della parola. I pontefici chiedono al re e al flamine le lane che nella lingua degli antichi erano dette februe. Gli ingredienti purificatori, il farro tostato e i granelli di sale, che il littore prende nelle case prestabilite, si dicono anch’essi februe. (…) Da ciò il nome del mese, perché i Luperci con strisce di cuoio percorrono tutta la città, e ciò considerano rito di purificazione…]). Durante il suo episcopato (tra il 492 e il 496 d.C.), Papa Gelasio I ottenne dal Senato l’abolizione dei Lupercali ai quali fu sostituita nella devozione popolare la festa appunto della Candelora. Nel VI secolo la ricorrenza fu anticipata da Giustiniano al 2 febbraio, data in cui si festeggia ancora oggi.

Candelora prima della Chiesa

La Candelora è celebrata anche nella tradizione pagana e neopagana, ed alcuni studiosi rilevano come si tratti di una festività introdotta appunto in sostituzione di una preesistente. Chiamata Imbolc nella tradizione celtica, segnava il passaggio tra l’inverno e la primavera ovvero tra il momento di massimo buio e freddo e quello di risveglio della luce.

Nel mondo romano la Dea Februa (Giunone) veniva celebrata alle calende di febbraio (nel calendario romano i mesi seguivano il ciclo della luna. Il primo giorno di ogni mese corrispondeva al novilunio (luna nuova) ed era chiamato “calende”, da cui deriva il nome “calendario”).
Nel neopaganesimo Imbolc è uno degli otto sabba principali ed è legato alla purificazione ed ai riti propiziatori per la fertilità della terra.

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Ed ora una curiosità: tutti conosciamo l’espressione “alle calende greche“, ma conosciamo la vera origine di questo detto? Io confesso che prima di leggerlo sul web, sapevo solo il significato finale ma non esattamente il perchè si usasse proprio questa espressione. 😮

Perché si dice l’espressione alle calende greche?

   L'imperatore Augusto ha reso famosa l'espressione 'alle calende greche'.  
L’imperatore Augusto ha reso famosa l’espressione “alle calende greche”.
L’espressione è attribuita all’imperatore romano Augusto, il quale, secondo Svetonio, la utilizzava quando voleva fare riferimento a un pagamento che non sarebbe mai stato fatto. Le calende, nel calendario romano, infatti, corrispondevano al primo giorno di ogni mese, periodo durante il quale venivano normalmente regolati i debiti e i prestiti; nel calendario greco, però, le calende non esistevano. Con questa espressione, quindi, Augusto si riferiva a un momento che non sarebbe mai arrivato.
La stessa espressione è rimasta in tutte le lingue europee come riferimento a un fatto molto improbabile o rimandato a un futuro remoto, in tedesco esiste anche “Zu dem juden Weihnachten”, cioè “Al Natale Ebreo”, che ha lo stesso identico significato. Sembrerebbe che Elisabetta I, nel 1577, abbia risposto alla richiesta di Filippo II di Spagna di non appoggiare i ribelli olandesi, di riparare i conventi distrutti da Enrico VIII e di riconoscere l’autorità papale, “I vostri ordini, caro re, verranno eseguiti alle calende greche…”

Da: Focus.it

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In Francia, la Candelora (Chandeleur) è conosciuta soprattutto per essere il giorno delle crêpes che vengono preparate in tutti i modi.

Sono un simbolo tradizionale di amicizia e alleanza e i mezzadri le offrivano ai loro padroni. Servite tradizionalmente proprio in occasione della Candelora il 2 febbraio, si usava esprimere un desiderio quando si voltava la crêpe nella padella.

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Fonte: Wikipedia


 

Risolti per ora alcuni problemi di pc 😦 , auguro a tutti e in particolar modo a te, Irene,  la buonanotte con la storiella che mi chiedi… 🙂

Fonte : “Una storia ancora…e poi buonanotte” – Editrice Piccoli

Altre storielle a questi links :

https://conme.wordpress.com/2008/12/04/aspettando-natale-una-storia-ancorae-poi-buona-notte/

https://conme.wordpress.com/2008/12/16/aspettando-natale-una-storia-ancora%E2%80%A6e-poi-buona-notte/

https://conme.wordpress.com/2008/12/22/aspettando-natale-una-storia-ancora%E2%80%A6e-poi-buona-notte-2/

RESPIRO DI VITA

Vorrei che andaste incontro al sole e al vento

con la pelle, più che con il vestito,

perchè il respiro della vita

è nella luce solare

e la mano della vita è nel vento

Kahlil Gibran “Il profeta”

da Luna e Sol:

Ceertooo!!! Risponderemmo tutti… 😆 e così anche la Befana ne sarebbe davvero contenta.

Sappiamo bene, da compagne…befane di lungo corso :D, che quest’anno la Befana ha avuto problemi a rifornirsi di carbone dopo i vari incidenti dell’anno nelle miniere in giro per il mondo, così di carbone ne ha poco o nulla da consegnare.

Evvaaaiii allora, con tanti regali e dolcetti!!!

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