Come si legge nell’articolo di Virgilio Viaggi, sono molte le grotte artificiali che si trovano sul Conero e alcune sono anche legate a delle leggende che si perdono indietro nel tempo…

Ecco due leggende che interessano le grotte menzionate nell’articolo:

Buco del Diavolo: anche detto Buco della Paura, è un inquietante cammino sotterraneo nei pressi di Camerano. Una tradizione ricollegabile ai miti pagani, narra che, percorrendolo interamente, si arriverebbe in una grande stanza con al centro un altare, su cui si troverebbe una chioccia d’oro attorniata da dodici pulcini: ma lo sventurato non potrà mai tornare indietro se non scoprirà il vero nome del Demonio e non lo scriverà sulla roccia con il proprio sangue.

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Grotta degli Schiavi: crollata negli anni ’30, la bella grotta sopravvive nel ricordo e nelle leggende legate ai pirati. Questi pare fossero soliti utilizzare tale grotta come “deposito” di schiavi, i lamenti dei quali potevano essere uditi da grande distanza; tra di essi, un giorno giunse una bella principessa veneta, che triste per la lunga permanenza si sciolse con il suo stesso pianto, andando a formare una sorgente di acqua purissima che ancora oggi si getta nel mar Adriatico.

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Un’altra leggenda riguarda invece uno degli scorci più belli e suggestivi che si trovano lungo la costa proprio sotto il Monte Conero che noi anconetani amiamo molto:

Le Due Sorelle: molte sono le leggende che orbitano attorno a questi due scogli. La più singolare è senza dubbio quella di una Sirena, che attirava con il suo canto seducente i marinai all’interno della grotta degli Schiavi, dove i poveretti venivano imprigionati. Alleato della perfica Sirena era un Demone marino, che per le sue malefatte venne trasformato in pietra e diviso in due: le due Sorelle.

Fonte: http://www.conero.it/it/conero/leggende-del-monte-conero

Sull’onda della fiction “La baronessa di Carini” , ritrasmessa da Rai1, rieccomi a scrivere ancora di castelli e fantasmi… 🙂

Sicilia … un fantasma, una canzone e una poesia

La baronessa di Carini

La Sicilia fu terra di baroni, che esercitarono il loro potere su borghi di poveri contadini.

Angherie e abusi si esercitarono anche a danno dei parenti del barone di turno, il quale aveva per sola legge la sua volontà.

Castello di Mussomeli

Degli antichi signori e dei loro soprusi rimangono leggende e Castelli, segnati da simboli di varie civiltà. A Carini, in provincia di Palermo, sono i resti di una fortezza di età normanna, passata nel Quattrocento ai Baroni La Grua Talamanca, discendenti di un casato di origine catalana che nel 1622 ebbero il titolo di Principi di Carini.

Nel 1503 il Barone Vincenzo La Grua uccise la figlia, per arbitrio e gelosia. L’accusava di una o più storie d’amore che il signore non condivideva.

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La storia è quasi uguale a tanti altri racconti d’amore e di morte, che le leggende ambientano nei saloni e nelle segrete di molti Castelli d’Europa, ma qui ci sono più toni di poetica melanconia.

La tragica e ingiusta morte della Baronessa di Carini ispirò pietà, nel popolo e tra i letterati.

Un anonimo scrittore compose un poema, nello stesso secolo che i fatti erano accaduti.

Fu ripubblicato a Palermo, alla fine dell’Ottocento, e da qui – non si sa come – s’inserì nel filone della canzone napoletana.

‘Fenesta ca lucive e mo non luce’ è il titolo del brano canoro di Napoli, un componimento che si disse però musicato dal più lirico compositore siciliano: Vincenzo Bellini.

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‘Chiagneva sempe ca durmeva sola,

Mo dorme co li muorte accompagnata’

E’ questo il triste finale della canzone, ma la leggenda dice che la Baronessa di Carini gira ancora, di notte, nei meandri dell’antico Castello e vaga inquieta alla ricerca della sua giovinezza perduta.

Fonte: www.leonardoderasmo.com

Ed ecco che in autunno il melograno torna a regalarci la magia dei suoi frutti colorati che da secoli sono stati protagonisti di miti e leggende. 😀

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Il melograno, sinonimo di fertilità per tutte le culture, ci da questo frutto che è stato rappresentato fin dall’antichità solo o tra le mani di divinità per le quali era sacro.

Botticelli-La Madonna del Melograno (particolare)

Lo troviamo poi posto nella mano di Gesù Bambino alludendo alla nuova vita da lui donataci oppure nelle mani della Madonna (famosissima quella di Botticelli).

Nell’arte copta si incontra, invece, l’albero del melograno come simbolo di resurrezione.
Le leggende, le tradizioni ed i simbolismi collegati al melograno sono tanti quanti i suoi semi!

Simbolo universale dell’eros, della fertilità, della prosperità, della fortuna, ma anche dell’Aldilà, cantato da Omero, narrato da Salomone e da Shakespeare, fatto diventare leggenda dai romani, raffigurato in numerosi quadri, ha dato anche il suo nome ad una famosa città spagnola, Granata, dopo che nell’800 d.C. i Mauretani lo trasportarono nella penisola Iberica.

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Granada

Albacin-Granada

è la stupenda città dell’Andalusia che nasce ai piedi dell’imponente catena montuosa della Sierra Nevada, la più grande e frequentata zona sciistica della Spagna.

Per lungo tempo Granata ha vissuto sotto il controllo dei sultani arabi, che hanno regalato alla città monumenti di raro splendore e hanno contribuito a migliorarla dal punto di vista economico e funzionale, creando una fitta rete di scambi con i principali porti commerciali del mondo.
Dal punto di vista monumentale la città è ricca di opere, chiese, cattedrali e costruzioni architettoniche in cui stile moresco e cristiano convivono in perfetta armonia.
Patria del grande scrittore Gabriel Garcia Lorca, i luoghi incantati di Granata sono stati fonte di ispirazione per molti

Palazzo Alhambra-Granada

scrittori e artisti del calibro di Delacroix e Dalì, attirati non solo dalla meraviglia dei palazzi, delle chiese o degli antichi quartieri, ma anche dall’atmosfera che si respira lungo le strade, nei parchi e lungo le coste della città.

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Nell’antica Grecia la pianta del melograno era sacra a Persefone e ad Era. Secondo la leggenda fu Afrodite che impiantò per prima quest’albero a Cipro. Persefone per aver mangiato sei chicchi della melagrana dei morti, offertagli da Plutone per farle dimenticare la madre Demetra, fu condannata a passare sei mesi all’anno nell’Ade. Era, madre di tutti gli dei, considerata la protettrice del matrimonio e della fertilità era rappresentata, per tale motivo, con una melagrana nella mano destra. Ma il più antico mito della Grecia che lo riguarda è quello che lo associa ad Orione, che era la più grande e luminosa costellazione e che si diceva fosse un’enorme γίγας (figura gigantesca), figlio della terra e famosissimo per la sua bellezza. Si narra che avesse sposato Side, ma che non fosse stato fortunato nella scelta, poiché lei era così vanitosa da credere di essere più bella anche di Era, la dea per questo la punì scaraventandola nell’Ade, ove si trasformò in melograno. Durante le feste in onore della dea Demetra, le θεσμοφόρια (Thesmophoria), le ateniesi mangiavano i semi luccicanti del frutto per conquistare la fertilità e la prosperità, mentre i sacerdoti erano incoronati con rami di melograno, ma non potevano mangiarne il frutto in quanto, come simbolo di fertilità, aveva la proprietà di far scendere l’anima nella carne.

In base ad un altro mito, per volontà delle Erinni, un melograno fiorì sulla tomba di Polinice, i cui frutti quando venivano aperti colavano sangue.

L’albero, infine, che fiorì dal sangue di Dioniso era proprio un melograno.
Il melograno era considerato sacro in molte altre civiltà. In alcuni riti funebri Egizi sembra si utilizzassero proprio i frutti ed i semi, di cui si è trovata traccia in numerose tombe, tra cui quella di Ramses IV. Anche per gli ebrei è un simbolo di fratellanza, abbondanza e prosperità: i puntali delle colonne del Tempio erano, non a caso, a forma di rimonim (melograno in ebraico).
Anche nella lontana Cina viene consumata dai neosposi la prima notte di nozze per “benedire” il matrimonio; le spose turche la lanciano a terra, perché così avranno tanti figli quanti sono i chicchi che saranno usciti dal frutto.La melagrana è il frutto del melograno, pianta arbustiva e spinosa delle punicacee (dal latino punicum = cartaginese, perché Plinio ritenendola erroneamente di origine africana la chiamava “melo cartaginese”), originaria delle regioni dell’Iran e del nord dell’India e da sempre ampiamente coltivata nel bacino del Mediterraneo.

Portata nel Mediterraneo dai mercanti Fenici millenni fa, viene considerata, assieme alla mela cotogna ed all’uva, uno dei più antichi frutti coltivati. Durante l’antichità veniva usato in polvere come medicinale o come tintura. I greci aromatizzavano con questa polvere i loro vini rossi, mentre i romani seccavano la sua buccia per conciare la pelle.
Nella cucina i semi erano usati crudi e cotti in moltissimi piatti, ma si utilizzava moltissimo anche il loro succo. Apicio consigliava, per la loro conservazione, di immergerle in acqua bollente per pochi secondi e di appenderle. Nella Bibbia si parla esplicitamente di “mosto di melagrana”, il che induce a credere che gli Ebrei utilizzassero il succo dei granelli facendolo fermentare. Gli Egizi consideravano la bevanda ottenuta dal succo ricavato dai frutti maturi una vera prelibatezza.
Maometto, in un verso del corano dice: “mangia melagrana in quanto purifica il corpo dalla gelosia e dall’odio”.

In diverse civiltà il melograno godeva di un particolare riguardo e rispetto e la medicina attuale dimostra che la sapienza degli antichi aveva delle basi veritiere. Oggi sappiamo, infatti, che la melagrana è ricca in vitamine A, C ed E, in ferro, potassio, sostanze antiossidanti e polifenoli. La concentrazione di queste sostanze benefiche è tre volte superiore a quelle del vino rosso e del The verde.

Oggi viene utilizzato in cucina sia crudo, sia come succo, sia come concentrato di sciroppo, conosciuto come granadina.

E per finire…ecco una ricetta : Il segreto del sultano (zuppa al succo di melagrana)

Ingredienti: 500 gr di carne macinata magra di agnello, 2 tazze di succo di melagrana, 1 e ½ tazza di brodo di carne, ½ cucchiaino di chiodi di garofano in polvere, ½ cucchiaino di pepe nero macinato fresco, ½ cucchiaino di curcuma, 1 cucchiaino di sale, 1 cucchiaio di foglie di menta finemente tritate, 1 tazza di prezzemolo finemente tritato, 1 cipolla media finemente tritata, 4 cucchiai di olio extravergine di oliva.

Mescolate bene la carne macinata con il sale, il pepe, i chiodi di garofano e la curcuma e lavoratelo con le mani. Formate delle piccole e sode polpette. In un tegame riscaldate l’olio e fate soffriggere leggermente la cipolla, il prezzemolo e la menta. Aggiungete le polpette e lasciatele finché non prendano un bel colore, mescolando di tanto in tanto delicatamente. Versate il succo di melagrana ed alla fine il brodo. Coprite il tegame e lasciate bollire a fuoco basso per mezz’ora. Servite caldo.

Fonte: http://orizzontidelgusto.blogspot.com/2006/01/la-melagrana-ed-il-segreto-del-sultano.html

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Dioniso era un dio dal carattere complesso e infatti, come abbiamo visto, lo ritroviamo pietoso e misericodioso ad esempio nei confronti di Arianna, anche se non l’ha fatto puramente per spirito di amicizia…mi sembra 😉 , cosa invece avvenuta con Pan.

E andiamo allora a vedere più da vicino il: MITO DI PAN.

Ci sono numerose le leggende  attorno alla figura del dio Pan. Alcuni affermano che fosse figlio di Zeus e di Callisto altri di Ermes e della ninfa Driope (o Penelope) che, subito dopo averlo messo al mondo, lo abbandonò tanto era rimasta inorridita dalla sua bruttezza. Era infatti Pan, più simile ad un animale che ad un uomo in quanto il corpo era coperto da ispido pelo; dalla bocca spuntavano delle zanne ingiallite; il mento era ricoperto da una folta barba; in fronte aveva due corna e al posto dei piedi aveva due zoccoli caprini.

Eliodoro (III-II sec. a.C.), Pan e Dafni, marmo, copia romana di un originale greco, Collezione Farnese, Museo archeologico nazionale, Napoli (Italia)

Ermes, impietosito da questo bambino al quale la natura non aveva certo fatto dono di alcuna grazia, decise di portarlo nell’Olimpo al cospetto degli altri dei, dove, nonostante il suo aspetto,  fu accolto con benevolenza. Pan infatti aveva un carattere gioviale e cortese e tutti gli dei si rallegravano alla sua presenza. In particolare Dioniso lo accolse con maggior entusiasmo tanto che divenne uno dei suoi compagni prediletti ed insieme facevano scorribande attraverso i boschi e le campagne rallegrandosi della reciproca compagnia.

Pan era fondamentalmente un dio silvestre che amava la natura,  amava ridere e giocare. Amò e sedusse molte donne tra le quali la ninfa Eco e Piti, la dea Artemide e Siringa, figlia della divinità fluviale Ladone, della quale si innamorò perdutamente.  La fanciulla però non solo non condivideva il suo amore ma quando lo vide fuggì inorridita, terrorizzata dal suo aspetto caprino. Corse e corse Siringa inseguita da Pan e resasi conto che non poteva sfuggirgli iniziò a pregare il proprio padre perchè le mutasse l’aspetto in modo che Pan non potesse riconoscerla. Ladone, straziato dalle preghiere della figlia, la trasformò in una canna nei pressi di una grande palude.

Pan, invano cercò di afferrarla ma la trasformazione avvenne sotto i suoi occhi. Afflitto, abbracciò le canne ma più nulla poteva fare per Siringa. A quel punto recise la canna, la tagliò in tanti pezzetti di lunghezza diversa e li legò assieme. Fabbricò così uno strumento musicale al quale diede il nome di “siringa” (che  è anche noto come il “flauto di pan”) dalla sventurata fanciulla che pur di non sottostare al suo amore, fu condannata a vivere per sempre come una canna.

Narra Ovidio (Metamorfosi): “Pan che, mentre tornava dal colle Liceo, la vide, col capo cinto d’aculei di pino, le disse queste parole…». E non restava che riferirle: come la ninfa, sorda alle preghiere, fuggisse per luoghi impervi, finché non giunse alle correnti tranquille del sabbioso Ladone; come qui, impedendole il fiume di correre oltre, invocasse le sorelle dell’acqua di mutarle forma; come Pan, quando credeva d’aver ghermito ormai Siringa, stringesse, in luogo del suo corpo, un ciuffo di canne palustri e si sciogliesse in sospiri: allora il vento, vibrando nelle canne, produsse un suono delicato, simile a un lamento e il dio incantato dalla dolcezza tutta nuova di quella musica: «Così, così continuerò a parlarti», disse e, saldate fra loro con la cera alcune canne diseguali, mantenne allo strumento il nome della sua fanciulla.”

 

Pan che suona il flauto, Affresco, Reggia di Caserta (Italia)

 

Da allora Pan tornò a vagare nei boschi correndo e danzando con le ninfe e a spaventare i viandanti che attraversavano le selve:  al dio infatti si attribuivano i sordi rumori che si udivano la notte (da qui il detto “timor panico” o semplicemente  “panico”).

Alcuni racconti ci dicono che lo stesso Pan venne visto fuggire per la paura da lui stesso provocata. 😦

Il nome Pan deriva dal greco paein, pascolare.
Ma letteralmente pan significa tutto perché secondo la mitologia greca Pan era lo spirito di tutte le creature naturali e questa accezione lo lega alla foresta, all’abisso, al profondo.

Nella mitologia latina, Pan è identificato con Fauno, divinità della natura, dio della campagna e dei boschi.

Pan non viveva sull’Olimpo: era un dio terrestre amante delle selve, dei prati e delle montagne. Preferiva vagare per i monti d’Arcadia, dove pascolava le greggi e allevava le api.
Legato in modo viscerale alla natura ed ai piaceri della carne, Pan è l’unico dio con un mito sulla sua morte.

Racconta Plutarco che sotto il regno di Tiberio, un vascello romano si trovò a passare nei paraggi di un’isola del mar Egeo, quando il vento cessò improvvisamente e nel silenzio si udì una voce gridare: “Il Grande Pan è morto”. A quella notizia da ogni parte dell’isola scoppiarono pianti, gemiti e singhiozzi di cui non si seppe mai la provenienza.

Come dio legato alla terra ed alla fertilità dei campi è legato alla Luna, ed alle forze della grande Madre.
Pan è un dio generoso e bonario, sempre pronto ad aiutare quanti chiedono il suo aiuto.

Al Fauno-Pan è dedicato il film “Il Labirinto del Fauno” di Guillermo del Toro

Alla figura di Pan è ispirato il personaggio dell’eterno bambino Peter Pan

(Fonti :www.elicriso.it – Wikipedia)

IL FLAUTO DI PAN (1923) Pablo Picasso (1881 - 1973) Pittore spagnolo Musée National Picasso Parigi

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Colors of theWind – Pan Flute

Tutto fugge…soprattutto la giovinezza e del domani non c’è certezza, quindi… “Carpe Diem” come ha detto Orazio… cogliamo le occasioni, le opportunità, le gioie che si presentano oggi, senza essere condizionati da incerte speranze o troppe ansie per il futuro e l’ amore, nonostante tutto, aiuta…  🙂

Al mito di Bacco e Arianna si sono ispirati poeti e pittori da tempi molto lontani da noi, a quelli più vicini…

Trionfo di Bacco e Arianna
(Quant’è bella giovinezza)

Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Quest’è Bacco e Arianna
belli, e l’un dell’altro ardenti:
perché ‘l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;
or da Bacco riscaldati,
ballon, salton tuttavia.
Ch vuoi esser lieto, sia:
di   doman non c’è certezza.
Queste ninfe anche hanno caro
da lor esser ingannate:
non può fare a Amor riparo,
se non gente rozze e ingrate:
ora insieme mescolate
suonon, canton tuttavia.
Chi vuoi esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

(Lorenzo De’ Medici 15° secolo) poema

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Bacco e Arianna, Tiziano-National Gallery, Londra


Arianna sulla spiaggia di Naxos si aggira disperata per la partenza dell’amante Teseo, quando una variopinta processione le si fa incontro: un carro trainato da ghepardi avanza seguito da satiri, baccanti, animali e fauni: è il corteo trionfante di Bacco che, dal carro, balza incontro ad Arianna per difenderla dai suoi ghepardi. In cielo splende la costellazione della Corona.

Arianna è una figura della mitologia greca, figlia del re di Creta Minosse e di Pasifae.

Il noto mito è raccontato in varie versioni. In una si narra che Arianna si innamorò di Teseo quando egli giunse a Creta per uccidere il Minotauro nel labirinto. Arianna diede a Teseo un gomitolo di lana per poter segnare la strada percorsa nel labirinto e quindi uscirne agevolmente. Arianna fuggì con lui e gli altri ateniesi verso Atene ma Teseo la fece addormentare per poi abbandonarla sull’isola di Nasso (chiamata anche Dia). In ogni modo, durante le loro passioni segrete, Arianna concepì dall’eroe alcuni figli, Demofoonte e Stafilo.

In un’altra versione, Arianna al risveglio vide la nave di Teseo allontanarsi ma il dolore dell’abbandono fu di breve durata poiché giunse Dioniso su un carro tirato da pantere che, conosciutala, volle sposarla. Secondo un’altra variante ancora fu il dio stesso a ordinare a Teseo di abbandonare Arianna per averla in sposa.
Dagli amori di Dioniso e Arianna nacquero Toante, Stafilo, Enopione e Pepareto.

Dioniso, per le nozze, fece dono ad Arianna di un diadema d’oro creato da Efesto che, lanciato in cielo, andò a formare la costellazione della Corona Boreale.

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Le varie versioni sono accomunate da un comportamento meschino da parte di Teseo che appare inspiegabile; quindi sembrerebbe che una parte del mito originario sia andata perduta.

(Wikipedia)

Viva Bacco e viva Amore.
L’uno e l’altro ci consola.
L’uno passa per la gola
L’altro va dagli occhi al cuore.
Bevo il vin; cogli occhi poi…
Faccio quel che fate voi.

[Carlo Goldoni (Venezia 1707 – 1793)
da “La Locandiera”, atto II, scena VIII]

baccanali_reni

Bacco fanciullo – Bulino da un dipinto di Guido Reni

di Giovanni Antonio Lorenzini (1665-1740)

La figura di Bacco per i Romani era legata alle feste, al divertimento sfrenato… tantè che il nome era originariamente utilizzato con funzione di epiteto che significa “rumoroso” (“baccano” ha la stessa origine), con chiaro riferimento alle feste in suo onore.

E di “baccano” forse le feste in suo onore ne facevano parecchio 😀 se, come ci dice Cicerone, i Baccanali a Roma furono proibiti… 😮

Ma veniamo alla loro descrizione :

… “I Baccanali erano feste in onore di Bacco o Libero, antica divinità italica, presto identificata con il Dioniso della mitologia greca. Durante le sue feste, i partecipanti si abbandonavano ad un’allegria assai libera, scomposta e licenziosa, ad imitazione delle feste dionisiache che la Grecia celebrava in onore di Dioniso. Le Baccanti, sacerdotesse del dio, vestite d’una pelle di Daino, cinto il capo d’una corona d’edera e tralci di vite, correvano, scapigliate, agitando torce ardenti. Queste feste si celebravano durante la notte e il tumulto e la sfrenatezza cui giungevano i partecipanti, erano tali de provocare spesso gravi disordini; per questo motivo a Roma i baccanali vennero proibiti con un senato consulto nel 186 a.C. (Cicerone, De legibus 2.37; Livio 39.9 ss.)…”

Da: artive.beniculturali.it

baccanali_voet

Satiro e Baccante – Acquaforte da un dipinto di Rubens

di Alexandre Voet il Giovane (1637 ca-1690 ca)

Certo che “Bacco” è da sempre al centro di sregolatezze… 😮  se anche un antico detto ammonisce che :

BACCO, Tabacco e Venere RIDUCONO L’UOMO IN CENERE… e, vero o no, tutti questi elementi insieme certamente formano un bel mix esplosivo… se usati senza controllo… 😮

bacco, tabbacco, venere 2

Ma, Bacco… perbacco, mette anche un pò di allegria… 😉

Zucchero “Bacco per bacco”cco fanciullo
bulino da un dipinto di Guido Reni

Siamo ormai in autunno e l’uva è arrivata sulle nostre tavole  e, anche se ancora non si sente nel ‘aria “l’aspro odor dei vini” 🙂 , i filari di viti carichi  di grappoli maturi nascosti tra i pampini… 😀 0012 mi fanno venire in mente la mitica figura di Bacco.

Bacco è il nome con cui viene identificato nella mitologia latina il dio greco Dioniso che è il dio del vino.

Bacco_michelangelo

Bacco, Michelangelo, Museo nazionale del Bargello, Firenze

IL MITO

Nella mitologia greca Diòniso (o Dionìso) è la più importante divinità terrestre.

Diòniso è l’unico tra i celesti che non abbia avuto due dei come genitori. Ebbe per padre Zeus e per madre la mortale Semele, figlia di Cadmo re di Tebe. Quando Seleme incinta morì prematuramente, Zeus, le tolse dal grembo Dioniso e se lo cucì in una coscia dove lo tenne fino alla nascita.

E’ noto soprattutto come dio del vino in quanto si dice che inventò l’arte della sua fabbricazione  e dell’umidità della terra che porta i frutti a maturazione. Col tempo, è diventato famoso anche come dio del benessere e della civiltà e come dio della gioia e dell’allegria. Gli si attribuiva l’arte divinatoria e la proprietà di guarire i mali

A seconda dell’epoca e degli artisti è rappresentato in vari modi: ora come un ragazzino di bell’aspetto, ora come un giovane barbuto e robusto, ora come un vecchio grasso e buffonesco.

dioniso_fontana

Fontana di Dioniso, Giardini di Boboli, Firenze

Spesso è adornato da tralci e grappoli d’uva e d’edera. Infatti erano sacri a Dioniso la vite e l’edera e fra gli animali il delfino, la lince, la tigre, il leone ed il caprone.

dioniso_caravaggio

Dioniso, Caravaggio-Galleria degli Uffizi, Firenze

Tratto da: http://www.elicriso.it

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